Deve imparare

Da qualche mese i miei vicini hanno preso un cucciolo di segugio tipo italiano, oggi di 7 mesi.

Da osservatrice incallita avevo già notato che, lasciato solo in casa, abbaia e gratta contro porte e finestre che danno sulla strada. Per esperienza so che questo genere di comportamento viene affrontato immancabilmente mettendo il cane in giardino quando in casa non c'è nessuno. Solo che il giardino fronte strada dei miei vicini ha una recinzione di un metro o poco più, nulla da scavalcare per un cane.

Stamattina, usciti in auto, lo abbiamo incrociato per le strade del paese. Vagava da solo evidentemente disorientato, attraversava a casaccio e marcava ad ogni metro. Siamo scesi, lo abbiamo avvicinato, abbiamo provato a chiamare il numero sulla medaglietta. Nessuna risposta. Così lo abbiamo caricato in auto e siamo tornati indietro. Al citofono non ha risposto nessuno e, non avendo alternative, lo abbiamo rimesso nel suo giardino, pur sapendo che probabilmente si sarebbe allontanato di nuovo. Poco meno di un'ora dopo, ero di ritorno a casa, stavolta a piedi. Una signora in bici accosta e: "ha mica visto il cane... Che abbaia sempre?". Era la mia vicina che, rientrata nel frattempo a casa, aveva scoperto la seconda fuga del cane. "Sì...", cerco di spiegarle l'accaduto ma mi ascolta appena, è in apprensione. Le indico il punto dove lo avevamo recuperato la prima volta suggerendole di tornarci e lei mi fa "è perché lui scavalca, non ci sta in giardino... Ma mia figlia dice che deve imparare". Provo a boffonchiare qualche inutile spiegazione ma lei è già lontana.

Deve imparare.

Deve imparare.

Quante volte lo sento, attribuito ai cani, ai bambini, ai gatti. Deve imparare. Com'è che non viene mai in mente se quanto pretendiamo che venga imparato, calato dall'alto, sia adeguato all'individuo che abbiamo di fronte? Com'è che non viene mai il dubbio di ambire al non-sense? Com'è che con bambini e animali siamo sempre convinti di essere dalla parte del giusto e loro in difetto, manchevoli? Piante da raddrizzare. E com'è che pensiamo che il nostro modo di insegnare sia sempre corretto, logico, accettabile? Rispettoso?

Un segugio (già cane fortissimamente legato al suo gruppo familiare) alle porte dell'adolescenza (ovvero in piena formazione, anche emotiva) con delle difficoltà di distacco (che qualunque cane va accompagnato gradualmente a saper tollerare) viene lasciato solo in giardino (dunque totalmente esposto) quando la famiglia non c'è (cioè quando la separazione, la cosa che più lo terrorizza, si concretizza). Che fugga per cercare il ricongiungimento con chi lo ha lasciato è il minimo prevedibile.

Eppure tutto ciò che si riesce a partorire in proposito è

DEVE imparare?

Deve? Mollandolo lì, solo, nel bel mezzo della sua difficoltà più grande? Della sua disperazione?

Allora ad agosto potrò permettermi di andare al mare e mollare mia figlia in acqua perché deve imparare a nuotare?

Sia ben chiaro, non condanno i miei vicini. Sono sicura che sapere cosa provocano le loro scelte li addolorerebbe molto, al cane - come si dice - ci tengono. Li ritengo vittime, come tutti noi, di una cultura dove il dogma è più forte del dubbio, dove i luoghi comuni hanno più voce in capitolo dell'osservazione critica. Dove bambini e animali sono minus habens da addrizzare a suon di imposizioni slegate da ogni logica che non sia quella del risultato preteso, che non ammette eccezioni perché giusto in assoluto. Perché noi siamo gli adulti e sappiamo cosa è giusto.

La verità è che guardo mia figlia e penso che sono terrorizzata all'idea che cresca in questo clima culturale e sociale dove ci sarà sempre qualcuno che pretenderà che lei sia bianca o nera, rossa o gialla, senza domandarsi lei chi è e quali colori si sente meglio addosso. Io ci ho messo 40 anni solo per riconoscerli certi meccanismi e ancora ci combatto, uscendone peraltro non sempre vincente. Vorrei che lei potesse risparmiarsi la fatica #einveceno, dovrà passarci, armarsi, capirsi e difendersi. Dovrà imparare.

E io, io spero di non sbagliare. Troppo.

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