<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" href="/assets/xslt/atom.xslt" ?>
<?xml-stylesheet type="text/css" href="/assets/css/atom.css" ?>
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom">
	<id>https://soniacampa.it/</id>
	<title>Dott.ssa Sonia Campa</title>
	<updated>2026-06-05T10:22:16+00:00</updated>

	<subtitle>Ordine degli Psicologi della Toscana n.11991 - P.IVA 02193790504</subtitle>

	
		
		<author>
			
				<name>Sonia Campa</name>
			
			
			
				<uri>http://soniacampa.it/</uri>
			
		</author>
	

	<link href="https://soniacampa.it/atom.xml" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link href="https://soniacampa.it/" rel="alternate" type="text/html" />

	<generator uri="http://jekyllrb.com" version="4.3.2">Jekyll</generator>

	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/educazione_sa-ddl</id>
			<title>A chi appartiene l&apos;educazione dei nostri figli.</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/educazione_sa-ddl" rel="alternate" type="text/html" title="A chi appartiene l&apos;educazione dei nostri figli." />
			<updated>2026-06-05T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Vietare l&apos;educazione sessuo-affettiva a scuola non restituisce ai genitori un potere già perso. Lo consegna agli algoritmi.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/educazione_sa-ddl">&lt;p&gt;Il nuovo DDL del ministro Valditara che vieta l’educazione sesso-affettiva nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie e impone il consenso a queste attività educative da parte nei genitori nelle scuole secondarie, mi ha fatto pensare a quanto sarebbe necessario ripensare l’ecosistema in cui crescono i nostri ragazzi, prima di legiferare sulle loro vite.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sono cresciuta in una famiglia in cui i temi dell’affettività e della sessualità, quando non erano tabù, erano semplicemente taciuti. Inesistenti. Invisibili. Quando sono arrivata alla pubertà e quando, con essa, ho iniziato a pormi le inevitabili domande sul mio corpo, sulla sessualità, sulla relazione col mio e con l’altro sesso (domande che arrivano, arrivano per tutti), ho avuto la fortuna di avere tre stampelle che mi hanno sostenuta. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La prima, una strepitosa insegnante di italiano alle scuole medie che, in maniera modernissima, ci faceva affrontare i temi legati alle trasformazioni del corpo e delle relazioni a cui sarei andata incontro negli anni successivi, consentendomi di avere una bussola per comprenderle ed elaborarle senza sentirmi necessariamente strana, sbagliata o in colpa (tendenza che avrei avuto).  &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La seconda, negli anni dell’adolescenza, è stata una trasmissione radiofonica che andava in onda il giovedì sera, in cui un sessuologo rispondeva alle domande che arrivavano in diretta da miei coetanei, un contenitore “sicuro”, accessibile, che parlava un linguaggio adatto a me e scientificamente solido da cui ho imparato molte cose sul rapporto sessuale, sul ciclo e sulla gravidanza.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La terza è stata una cugina più grande di me, l’unica che mi abbia spiegato concretamente come funzionano i preservativi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ho sempre pensato di essere stata fortunata perché nel vuoto totale, qualche appiglio l’ho trovato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma se fossi un adolescente oggi, alle prese con il silenzio del mondo adulto, le risposte alle mie domande le cercherei innegabilmente su internet. E le troverei, le troverei tutte. Troverei anche risposte a domande che ancora non mi sono posta né immaginata. Ma il problema sta nella natura di quelle risposte. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La rete è democratica, democratica al punto tale che c’è posto per tutti. Anche per chi diffonde informazioni scorrette, anche per la pornografia che veicola un’idea alterata del sesso e delle relazioni uomo-donna. Anche per i social che sollecitano un confronto continuo con altri idealizzati. Anche per influencer e content creator che producono contenuti - magari anche da mila like - dalla valenza diseducativa. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E in tutto questo mare magnum di mediocrità, io adolescente che non ho strumenti - sono per definizione in formazione - e non ho nessuno a cui chiedere, come mi oriento? Come faccio a capire se un contenuto è valido o no? Se posso fidarmi di quello che la rete mi sta proponendo a botte di algoritmi?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La verità è che non mi oriento in nessun modo. Mi affido al caso. Alla simpatia. A ciò che mi risuona. A ciò che mi consigliano i miei pari. Col rischio di finire in qualche buco nero di disinformazione, di modelli idealizzati o alterati, di distanza dalla realtà, di tossicità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Io sono stata una ragazzina alla ricerca spasmodica di risposte in un mondo omertoso. Oggi sarei una ragazzina subissata di risposte in un mondo digitale che di risposte ne dà sin troppe, spesso in anticipo sui tempi e senza alcuna garanzia che siano risposte sane.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ecco perché, nel mondo odierno e nell’ecosistema in cui sono immersi i ragazzi OGGI, è urgente la promozione dell’educazione sessuo-affettiva anche a scuola. Perché i ragazzi hanno bisogno di riferimenti solidi, sicuri e affidabili. Solidi in termini di autorevolezza dei referenti, sicuri in termini emotivi e affidabili in termini scientifici. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le famiglie, da sole, non possono farcela. E non perché siano tutte come quella in cui sono cresciuta io, ma perché oggi, a portata di smartphone (che mettiamo in mano ai bambini sin dalla più tenera età), i ragazzi vengono travolti da una mole di contenuti, di immagini, di simboli che va ben oltre il controllo genitoriale. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il consenso è un’illusione, uno strumento da politici novecenteschi che interpretano ancora la relazione genitori-figli in modo rigidamente verticale e non si rendono conto quanto la rete impatti sulla crescita, l’educazione, la formazione dei loro figli. I genitori di oggi sono già esclusi dalla formazione sessuo-affettiva dei figli, sono già stati soppiantati dalla rete, e non hanno ancora realizzato che l’educazione oggi si costruisce dando loro conoscenze che permettano di sviluppare spirito critico e argomentazioni in grado di farli uscire dalla condizione di consumatori passivi di contenuti digitali casuali.&lt;/p&gt;
</content>

			
				<category term="digitale" />
			
				<category term="educazione" />
			
			
				<category term="cornerstone" />
			
				<category term="prevenzione" />
			
				<category term="genitorialità" />
			
				<category term="educazione digitale" />
			
				<category term="affettività" />
			
				<category term="sessualità" />
			

			<published>2026-06-05T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/smartphone-non-riposo</id>
			<title>Lo smartphone non è riposo</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/smartphone-non-riposo" rel="alternate" type="text/html" title="Lo smartphone non è riposo" />
			<updated>2026-05-27T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Il bisogno di spazio per sé è legittimo e reale. Il problema è che lo stiamo cercando nel posto sbagliato.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/smartphone-non-riposo">&lt;p&gt;Navigando in rete mi sono imbattuta in un post che recitava così:&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Sono mamma, è ovvio che vado a letto tardi anche quando sono stanca morta. Quei venti minuti al telefono in silenzio sono l’unico momento della giornata in cui non devo essere niente per nessuno. Non li mollo.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quel post descrive qualcosa di reale e diffuso tra le madri - e, in generale, tra le persone -: quella sensazione di aver dato tutto durante il giorno e di ritagliarsi uno spazio minuscolo ma prezioso solo per sé, anche a costo di dormire meno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quel “niente per nessuno” è indicativo. Non esprime pigrizia, né evasione: è il bisogno di esistere senza essere funzionali a qualcuno. È un bisogno umano fondamentale che la genitorialità intensa può comprimere moltissimo, soprattutto nelle madri, su cui spesso pesa di più il carico mentale e emotivo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tuttavia, ci sono due elementi che, sul piano psicologico, vale la pena analizzare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il primo è che, pur essendo quel bisogno reale e sacrosanto, lo smartphone non può soddisfarlo. Non perché non offra la sensazione di “staccare”, ma per come funziona il cervello. Quello scroll che sembra portarti altrove ti tiene in realtà dentro un flusso continuo di stimoli visivi, emotivi, cognitivi. Il sistema nervoso non si disattiva davvero, si sposta su un altro tipo di attivazione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che senti quando posi il telefono non è rilassamento. È un particolare tipo di svuotamento che può sembrare riposo, ma non è la stessa cosa. E sul lungo periodo, non ti sostiene. Anzi, ti lascia più frustrato e stanco di quanto fossi prima.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non è un caso che l’utilizzo dello smartphone prima di dormire incida negativamente sulla qualità del sonno e sui tempi di addormentamento. E anche la ricerca lo conferma: il tempo passato sui social è associato a maggiore senso di vuoto e solitudine, non a recupero.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’altro elemento è che quei venti minuti esistono solo di notte, rubando tempo al sonno. Significa, dunque, che durante il giorno non c’è nessun altro momento e questo dice qualcosa non solo sulla persona ma anche su quanto ancora, al giorno d’oggi, il peso della cura gravi enormemente sulle madri, tanto da non riuscire a ritagliarsi uno spazio per sé.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se queste condizioni arrivano ad occupare in modo così palese lo spazio pubblico (e in modi, direi quasi, inconsapevoli), non è forse giunto il momento, come società civile, di redistribuire attivamente il carico di cura e di realizzare un supporto reale per le famiglie?&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;se-vuoi-approfondire&quot;&gt;Se vuoi approfondire&lt;/h2&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;MacDonald &amp;amp; Schermer (2021), &lt;em&gt;“Loneliness unlocked: Associations with smartphone use and personality”, Acta Psychologica, 221&lt;/em&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
</content>

			
				<category term="digitale" />
			
			
				<category term="cornerstone" />
			
				<category term="stress" />
			
				<category term="prevenzione" />
			
				<category term="genitorialità" />
			
				<category term="educazione digitale" />
			

			<published>2026-05-27T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/percepire-comprendere</id>
			<title>Percepire non significa comprendere</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/percepire-comprendere" rel="alternate" type="text/html" title="Percepire non significa comprendere" />
			<updated>2026-05-15T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Perché gli animali diffidano degli oggetti fuori posto.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/percepire-comprendere">&lt;p&gt;Qualche giorno fa ho appoggiato una macchina del caffé da dismettere per terra, accanto alla porta-finestra, per ricordarmi di portarla fuori quando fossi uscita.
Qualche minuto dopo, Wally, una delle mie gatte di quattro anni, si è diretta verso la porta-finestra con l’intento di farsi aprire e guadagnare il giardino. Arrivata ad un metro di distanza, vista la macchina del caffé, si è immobilizzata. L’ha fissata a lungo, confusa, preoccupata, ha provato a spostare la testa, si è guardata attorno, ha tentato qualche passo incerto in avanti, si è bloccata di nuovo, ha annusato l’aria. Era evidente che non riuscisse a capire cosa fosse. E’ stata diversi secondi lì, ferma, a soppesare, a valutare e alla fine, senza che accadesse altro attorno a lei, si è girata ed è scappata via.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo episodio mi ha ricordato quanto siano sensibili i gatti sul piano percettivo. E a quanto, a volte, lo ignoriamo o lo diamo per scontato, ritenendo che il loro modo di guardare il mondo e di elaborare le informazioni sia, tutto sommato, uguale al nostro, forse solo un po’ meno raffinato. E, invece, è proprio diverso.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Cosa era successo a Wally che riproponeva una reazione sicuramente osservabile da tante persone nei propri gatti, davanti a stimoli apparentemente innocui?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nel momento in cui lo sguardo di Wally si è poggiato sulla macchina del caffé, automaticamente, istantaneamente, la sua mente è andata alla ricerca di un’immagine in memoria che la aiutasse a riconoscere quello stimolo, a dargli un significato, un po’ come accade nei sistemi di riconoscimento facciale. Si tratta di un processo mentale, automatico e inconsapevole, che consente di fare previsioni su quello che potrà accadere e, quindi, di pianificare delle opportune risposte comportamentali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In Wally questa ricerca aveva dato esito negativo. Non aveva informazioni utili per interpretare il significato di quell’oggetto nero, comparso dal nulla, con quell’odore insolito, in quel punto in cui, di norma, c’era il vuoto. Percepire uno stimolo non significa automaticamente poterlo collocare tra le esperienze già note, soprattutto quando è fuori contesto. Davanti all’incertezza, è emerso il carattere di Wally, il suo livello di fiducia:  l’emozione che ha prevalso è stata la diffidenza, per cui meglio allontanarsi da ciò che non si conosce, per evitare eventuali pericoli.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A causa di queste reazioni, a volte i gatti vengono etichettati come “stupidi” o “paurosi”. Non si tratta di questo, ma di un tentativo di interpretare uno stimolo ambiguo alla luce delle informazioni disponibili, internamente ed esternamente: i gatti percepiscono, analizzano, traggono delle conclusioni sulla base del loro bagaglio esperienziale e decidono come procedere. Se Wally fosse cresciuta in una casa in cui stabilmente le macchinette del caffé sono poggiate per terra,  avrebbe avuto una reazione completamente diversa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo non la rende più sciocca o più paurosa. La rende adattata al contesto in cui vive quotidianamente. Un contesto in cui le macchinette del caffé non si trovano mai per terra.&lt;/p&gt;
</content>

			
				<category term="animali" />
			
				<category term="cognizione" />
			
				<category term="relazione U/A" />
			
			
				<category term="animali" />
			
				<category term="percezione" />
			
				<category term="etologia" />
			
				<category term="cognizione" />
			
				<category term="relazione U/A" />
			

			<published>2026-05-15T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/non-arriva-all-altro</id>
			<title>Ciò che non arriva all&apos;altro</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/non-arriva-all-altro" rel="alternate" type="text/html" title="Ciò che non arriva all&apos;altro" />
			<updated>2026-05-14T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Non sempre ciò che per noi è evidente, lo è per l&apos;altro. </summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/non-arriva-all-altro">&lt;p&gt;Qualche giorno fa ho ricevuto un rifiuto, un “no, grazie” ad una mia proposta lavorativa e questo mi ha fatto riflettere sull’effetto che, a volte, certe porte chiuse possono provocare in noi, al di là della consapevolezza di un’opportunità che non si è realizzata.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In passato mi è capitato di sentire che la mancanza di apprezzamento non riguardasse solo la mia idea ma anche la mia visione, il mio sguardo sulle cose. 
Avevo la sensazione che il mondo esterno non apprezzasse &lt;em&gt;me&lt;/em&gt;, che non riuscisse a riconoscere quel che potevo dare. Mi sentivo come se non esistesse un terreno fertile in cui fiorire.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A volte, ciò che davvero mi disorientava e addolorava non era tanto il fatto che la mia idea non fosse piaciuta di per sè. Quello che faceva male davvero era constatare che quello che per me era vivo, significativo, evidente, nell’altro non prendeva forma.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’esperienza mi ha portato a fare i conti con una realtà difficile da sostenere: non sempre quel che conta per me trova risonanza negli altri. E non perché gli altri sbaglino o non siano in grado di comprendere ma perché, ho scoperto, la mia esperienza interna non si trasferisce automaticamente agli altri, anche se possiamo avere obiettivi condivisi o occupare gli stessi contesti sociali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In altre parole, ho capito che aspetti di me che sentivo profondamente miei non è detto che vengano riconosciuti. Oppure vengono riconosciuti, ma non sostenuti come mi aspetterei.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Si tratta di un’esperienza straniante che sembra allontanare dagli altri e può portare anche a dubitare di sé, a rinunciare oppure, al contrario, a chiudersi in un atteggiamento difensivo con cui svalutare l’altro per attenuare la percezione di minaccia all’identità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ho capito che stare nella complessità dei punti di vista è molto faticoso, soprattutto su aspetti che mi toccano profondamente e che sento appartenermi. Starci senza viverlo come un attacco personale lo è ancora di più.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo un primo momento di smarrimento per quel “no”, però, ho fatto un sospiro e ho ripensato a quello che la vita accanto agli animali mi ha insegnato. Un odore sgradevole per me può essere interessantissimo per il mio cane che si sofferma lungamente ad annusarlo; quel suppellettile a cui tenevo tanto, per il mio gatto può rappresentare semplicemente un curioso oggetto da far precipitare dal tavolo per &lt;em&gt;vedere l’effetto che fa&lt;/em&gt;. Un cavallo può trovare disturbante un oggetto fermo in un campo laddove io vedo solo un rifiuto abbandonato da qualcuno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Gli animali mi ricordano quotidianamente che la realtà non è mai oggettiva, nemmeno quella che sentiamo profondamente nostra. Anche quando condividiamo la percezione di un oggetto, di un’esperienza, di un vissuto, i significati che possiamo attribuire sono molto diversi. Vale per gli stimoli esterni ma anche per ciò che internamente ha un grande significato per noi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Certo, come essere umano sono portata a soffrire non solo perché l’altro attribuisce un significato diverso  alle cose ma &lt;em&gt;anche&lt;/em&gt; perché vorrei essere confermata nel &lt;em&gt;mio&lt;/em&gt; sentire ed essere accolta. Ma il confronto con gli animali mi sostiene quotidianamente nel ricordarmi che qualcosa che per me è evidente, vivo, importante, nell’altro può non assumere lo stesso significato. E, soprattutto, che ho la possibilità di sostare nella molteplicità di vedute e punti di vista senza averne paura e senza volerla evitare.&lt;/p&gt;
</content>

			
				<category term="comunicazione" />
			
				<category term="animali" />
			
			
				<category term="relazione U/A" />
			
				<category term="riconoscimento" />
			

			<published>2026-05-14T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/stress-lavoro-burnout/</id>
			<title>Il burnout nelle relazioni d&apos;aiuto</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/stress-lavoro-burnout/" rel="alternate" type="text/html" title="Il burnout nelle relazioni d&apos;aiuto" />
			<updated>2026-05-13T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Quando il ruolo coincide con l’identità e vengono meno le reti di sostegno.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/stress-lavoro-burnout/">&lt;p&gt;Ad un certo punto, ho capito di essere in burnout.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;I primi segnali di sovraccarico sono arrivati come un progressivo calo nella motivazione. Ho sempre svolto il mio lavoro nella convinzione che potesse avere un impatto non solo sulle singole persone ma anche sul modo in cui pensiamo le relazioni, sia a livello collettivo che personale.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma qualcosa nella mia energia si è andato lentamente consumando. Entrare in aula o in consulenza diventava gradualmente più faticoso e a volte percepivo la stanchezza ancor prima di iniziare. Sempre più frequentemente la mia mente iniziava ad interrogarmi sul senso di investire tanto sforzo per non vedere poi cambiare niente. Anzi, soprattutto a livello collettivo, avevo la sensazione che le cose andassero verso una direzione opposta a quella per cui mi battevo. Col tempo, sono diventata più intollerante a questioni che ritenevo superficiali, secondarie, e piano piano ho avvertito un crescente distacco emotivo.&lt;br /&gt;
Sentivo che quel ruolo che avevo voluto e costruito pezzo per pezzo dal nulla si stava disgregando e, con esso, una parte della mia identità. Quella fatta di tempo, sacrifici, scelte di vita, cambiamenti profondi, la stessa che mi aveva portato a difenderlo anche davanti a chi avrebbe voluto ridimensionarlo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tante cose avevano contribuito alla mia condizione. La raggiungibilità telematica continua rendeva difficile separare il lavoro dalla vita privata e così, spesso, venivo sopraffatta da richieste di aiuto, di supporto, di consiglio, sotto forma di notifiche, messaggi, chiamate. Caratterizzata da una forte spinta etica, tendevo al perfezionismo, a voler sempre essere inappuntabile, preparata, competente, a non farmi cogliere in fallo. La vita professionale era diventata un continuo impegno mentale e fisico, h24, senza pause reali. 
Nella mia storia personale, poi, si è inserito un “crac” che mi ha fatto mancare la terra sotto i piedi e ha definitivamente spalancato le porte al burnout: ho perso - per incomprensioni, per incompatibilità, perché le cose a volte semplicemente finiscono - una “crew” di riferimento, una rete sociale di supporto sul piano relazionale che, fino a quel momento, mi aveva permesso di non sentirmi completamente sola a sostenere la fatica.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ammettere poi con me stessa “sono esausta, sono svuotata, non ho più nulla da dare” è stato un altro passaggio faticoso da compiere perché, in qualche modo, mi sembrava di tradire quell’immagine di me stessa fatta di presenza affidabile (ovvero continua) e tenuta etica. Si tende a stringere i denti, a negare, a resistere, a dire che è una fase e che in fondo ce la si può fare. E invece il tempo passa e la motivazione non torna, l’ansia cresce, la sensazione di solitudine si prende ogni spazio.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non esistono ricette univoche per uscire dal burnout e, a volte, un percorso psicologico è la migliore e più efficace cura che possiamo offrirci. Quello che ho ritenuto di dover fare io è stato tornare a me stessa. Tornare ad interrogarmi su quali fossero le mie risorse e su cosa volessi davvero impegnarmi e con chi, senza idealizzazioni e senza pretesa di cambiare il mondo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E forse, per me, il burnout è significato anche accorgermi che avevo iniziato a coincidere troppo con il ruolo che ricoprivo e che, senza quei legami con cui fino a quel momento avevo condiviso la fatica, quel ruolo aveva iniziato a schiacciarmi.&lt;/p&gt;
</content>

			
				<category term="benessere" />
			
			
				<category term="cornerstone" />
			
				<category term="stress" />
			
				<category term="burnout" />
			
				<category term="prevenzione" />
			
				<category term="rete sociale" />
			

			<published>2026-05-13T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/ritirosociale-mediaimmaginari</id>
			<title>Ritiro sociale e media immaginari: la mia tesi di laurea</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/ritirosociale-mediaimmaginari" rel="alternate" type="text/html" title="Ritiro sociale e media immaginari: la mia tesi di laurea" />
			<updated>2026-05-12T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>Perché le storie ci parlano così profondamente? Una riflessione sul ritiro sociale volontario, sugli anime e sul bisogno umano di essere visti e narrati.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/ritirosociale-mediaimmaginari">&lt;p&gt;La mia tesi di laurea mi ha dato l’occasione di approfondire una domanda che mi accompagnava da almeno dieci anni: come mai le storie, incontrate nei libri, nelle canzoni, nei film, nei racconti orali, ci attraggono così tanto? Cos’è che agganciano in noi, come fanno a parlarci e a ispirarci?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Con il tempo, e attraverso gli studi universitari, questa curiosità si è intrecciata al tema del ritiro sociale volontario, fino a dare forma alla domanda che ha guidato il mio lavoro: perché tanti adolescenti che si chiudono nelle loro stanze, allontanandosi dal mondo esterno, sembrano trovare rifugio nei manga e negli anime giapponesi? Da qui è nato un percorso che, passo dopo passo, mi ha portato a esplorare il ritiro sociale volontario non solo come sintomo o problema, ma come - avrei poi compreso - esperienza profondamente umana, legata alla ricerca di identità, protezione e di significato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il ritiro sociale volontario - noto anche come hikikomori - è un fenomeno complesso, che intreccia dimensioni psicologiche e sociali. L’isolamento spesso è una risposta a un disagio profondo, un modo per sospendere il contatto con un mondo percepito come troppo esigente o difficile da abitare. Il punto cruciale è che, però, il bisogno di senso e di relazione non scompare, ma si trasforma, trova altre vie… e spesso queste vie passano attraverso le storie.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È qui che entrano in scena anime e manga. Questi mondi narrativi, nati in Oriente ma diventati parte integrante anche della nostra cultura, offrono agli adolescenti spazi simbolici privilegiati in cui esplorare emozioni, conflitti, desideri. Hanno delle specificità nei temi trattati, nelle trame e persino nel peculiare linguaggio iconico adottato, che permettono di andare molto al di là della semplice evasione momentanea. I silenzi, i tempi dilatati, il focus sui risvolti emotivi delle vicende permettono al lettore di sostare nel dubbio, nella fragilità, nell’ambiguità, proprio come accade nella vita reale. Tra eroi imperfetti, battaglie interiori e percorsi di crescita spesso dolorosi, molti ragazzi trovano un linguaggio che li rappresenta senza giudicarli.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo mi ha portato a riflettere più in profondità sul potere delle narrazioni: raccontare e ascoltare storie non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio modo per costruire e riconoscere se stessi. Attraverso i personaggi e le loro vicende, ognuno di noi può proiettare parti di sé, sperimentare emozioni, mettere in scena conflitti che nella realtà non riesce ad affrontare. È un processo di identificazione e trasformazione, fatto di immagini e simboli, che permette di dare forma a ciò che ancora non ha parole.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ecco allora che, in un’epoca di connessioni digitali intrecciate a solitudini acute, anime e manga diventano non solo un rifugio, ma uno specchio in cui guardarsi e riconoscersi, un luogo dove la mente dell’adolescente in evoluzione possono continuare a crescere, anche quando il corpo si ferma.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma questo accade finché l’immersione nei mondi immaginari rimane uno spazio di esplorazione e non diventa l’unica possibilità di esistere. Quando il rifugio si trasforma in chiusura totalizzante, il rischio è che la forza trasformativa della narrazione si riduca a pura fuga dalla realtà.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Alla fine, insomma, ho trovato la risposta alla domanda che mi portavo dentro da dieci anni: è il nostro insaziabile bisogno di essere visti, compresi e, soprattutto, narrati che ci fa immergere nelle storie, che ci tiene agganciati a vicende e personaggi che ci parlano, ci consolano e ci ispirano, fino al punto in cui le storie non accompagnano più la vita, ma iniziano lentamente a sostituirla.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;se-vuoi-approfondire&quot;&gt;Se vuoi approfondire&lt;/h2&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Tamaki Saitō, &lt;em&gt;Hikikomori. Adolescence without End&lt;/em&gt;, University of Minnesota Press&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Marco Crepaldi,&lt;em&gt;Hikikomori. I giovani che non escono di casa&lt;/em&gt;, Ed. Alpes Italia&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Jerome Bruner, &lt;em&gt;La fabbrica delle storie&lt;/em&gt;, Ed. Laterza&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Jean­Marie Bouissou, &lt;em&gt;Il manga. Storia e universi del fumetto giapponese&lt;/em&gt;, Ed. Tunué&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
</content>

			
				<category term="ritiro-sociale" />
			
			
				<category term="cornerstone" />
			
				<category term="hikikomori" />
			
				<category term="narrazioni" />
			
				<category term="ritiro sociale" />
			
				<category term="adolescenza" />
			
				<category term="media immaginari" />
			
				<category term="anime" />
			
				<category term="manga" />
			

			<published>2026-05-12T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
		<entry>
			<id>https://soniacampa.it/blog/genitori-adolescenti-comunicazione/</id>
			<title>Genitori e adolescenti: migliorare la comunicazione per ridurre i conflitti</title>
			<link href="https://soniacampa.it/blog/genitori-adolescenti-comunicazione/" rel="alternate" type="text/html" title="Genitori e adolescenti: migliorare la comunicazione per ridurre i conflitti" />
			<updated>2026-05-01T00:00:00+00:00</updated>

			
				
				<author>
					
						<name>Sonia Campa</name>
					
					
					
						<uri>http://soniacampa.it/</uri>
					
				</author>
			
			<summary>In adolescenza il conflitto è fisiologico, ma con strumenti adeguati può diventare occasione di crescita familiare.</summary>
			<content type="html" xml:base="https://soniacampa.it/blog/genitori-adolescenti-comunicazione/">&lt;!-- Adolescenza e conflitti familiari: quando lo scontro non è necessariamente un problema --&gt;

&lt;p&gt;L’adolescenza è una fase di profonde trasformazioni. Cambiano il corpo, il modo di pensare, il bisogno di autonomia e anche il modo di stare nelle relazioni. In questo passaggio delicato, molti equilibri familiari vengono inevitabilmente messi in discussione ed è questo a dare la sensazione di trovarsi davanti ad un figlio o figlia “sconosciuti”.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Eppure, proprio perché si tratta di un cambiamento &lt;em&gt;in itinere&lt;/em&gt;, tensioni, discussioni e momenti di distanza non indicano automaticamente la presenza di un problema educativo o relazionale. Spesso rappresentano il tentativo, da parte dell’adolescente, di ridefinire il proprio spazio e la propria identità all’interno della famiglia.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo non significa che ogni conflitto sia “positivo” o che vada ignorato, ma può essere guardato con minore allarme: dietro molte opposizioni non c’è il desiderio di rompere il legame, bensì il bisogno di essere riconosciuti come individui separati, pur restando dentro una relazione sicura.&lt;/p&gt;

&lt;h4 id=&quot;meccanismi-che-inaspriscono-i-conflitti&quot;&gt;Meccanismi che inaspriscono i conflitti&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Nella quotidianità, però, è comprensibile che le tensioni generino fatica, frustrazione e senso di impotenza nei genitori. Alcuni meccanismi, soprattutto quando si ripetono nel tempo, rischiano di irrigidire ulteriormente la comunicazione. Tra gli errori più comuni che i genitori possono commettere ci sono:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;dare solo istruzioni o correzioni senza creare uno spazio di ascolto reale;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;affrontare i problemi esclusivamente nei momenti di maggiore tensione emotiva;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;confondere il bisogno di dare limiti con un controllo costante e totalizzante;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;trasformare ogni discussione in una lotta su chi abbia ragione;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;interpretare ogni chiusura dell’adolescente come un rifiuto personale.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Quando il dialogo si costruisce solo attorno a rimproveri, regole o richieste, il rischio è che il ragazzo smetta gradualmente di percepire la relazione come uno spazio sicuro in cui potersi raccontare.&lt;/p&gt;

&lt;h4 id=&quot;strategie-per-ridurre-i-conflitti&quot;&gt;Strategie per ridurre i conflitti&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Non esistono formule perfette per evitare i conflitti. Esistono però modi più funzionali di attraversarli. Alcuni atteggiamenti, infatti, possono favorire un clima relazionale più aperto e collaborativo:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;validare prima l’emozione dell’adolescente, anche quando non condividiamo il comportamento;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;distinguere i comportamenti problematici dal valore personale del ragazzo;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;scegliere momenti tranquilli per affrontare questioni importanti, evitando il confronto “a caldo”;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;definire poche regole chiare, realistiche e coerenti nel tempo;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;lasciare spazio al dialogo senza rinunciare al proprio ruolo adulto.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;mantenere un’alleanza educativa tra le figure genitoriali;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Spesso gli adolescenti non cercano genitori perfetti, ma adulti capaci di mantenere presenza, fermezza e disponibilità emotiva anche nei momenti più complessi!&lt;/p&gt;

&lt;h4 id=&quot;lobiettivo-non-è-eliminare-il-conflitto&quot;&gt;L’obiettivo non è eliminare il conflitto&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;In molte famiglie il desiderio implicito è “tornare a non litigare”. Ma, come abbiamo visto, il conflitto è sano e addirittura desiderabile, quando è espressione della crescita e della costruzione dell’autonomia.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’obiettivo del genitore, dunque, non dovrebbe essere eliminare ogni scontro, ma trasformare il conflitto in un confronto possibile, in cui ciascuno possa sentirsi ascoltato senza dover rinunciare completamente alla propria posizione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quando la comunicazione si interrompe, le tensioni diventano continue o prevalgono rabbia, chiusura e senso di distanza, un supporto psicologico alla genitorialità può aiutare la famiglia a ritrovare spazi di dialogo, comprensione reciproca e fiducia.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;se-vuoi-approfondire&quot;&gt;Se vuoi approfondire&lt;/h2&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Massimo Ammaniti, &lt;em&gt;I paradossi degli adolescenti&lt;/em&gt;, Raffaello Cortina Ed.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;A. Pellai e B. Tamburini, &lt;em&gt;L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente&lt;/em&gt;, De Agostini Ed.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
</content>

			
				<category term="genitorialità" />
			
			
				<category term="cornerstone" />
			
				<category term="genitorialità" />
			
				<category term="adolescenza" />
			
				<category term="comunicazione" />
			

			<published>2026-05-01T00:00:00+00:00</published>
		</entry>
	
</feed>