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		<title>Dott.ssa Sonia Campa</title>
		<description>Ordine degli Psicologi della Toscana n.11991 - P.IVA 02193790504</description>
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				<title>Possiamo delegare l&apos;educazione sessuo-affettiva a chi non sa nemmeno regolare le proprie emozioni?</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/educazione-regolazione/</link>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Sotto un video satirico sull’educazione sessuo-affettiva, un uomo posta due pagine di un libro. Titolo del capitolo: “Puberty”. Sottotitolo “Changes and Messages”. A corredo di un testo bello fitto che parla dei cambiamenti corporei all’inizio dell’adolescenza e destinato chiaramente a bambini di 12-13 anni, sei immagini:  un bebè nudo, un ragazzino nudo, un uomo nudo e una bebè nuda, una ragazzina nuda e una donna nuda. La sequenza dell’evoluzione corporea umana, dalla prima infanzia all’età adulta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lui la chiama una “rappresentazione grafica di atti sessuali” usata nelle scuole estere per “decostruire la mascolinità” e “promuovere la poliamoria”. Gli chiedo se quelle immagini gli sembrino davvero scabrose. Non gli piace la domanda.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Qualche scambio dopo, mi scrive: “C’è bisogno che ti dica cosa sei, se non sei d’accordo con una cosa così di buon senso?”. Il buon senso, per lui, è che un bambino di sette anni — sposta il discorso dalla pubertà all’infanzia per alzare il tono drammatico — non debba mai sentire o pronunciare le parole “pene” o “seno”. Poi arriva l’insulto diretto: pederasta schifosa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se c’è una cosa che sto cercando faticosamente di insegnare a mia figlia è che quando qualcuno, per avere ragione, arriva a insultarti o a minacciarti, quell’insulto parla di lui, mai di te. Quell’insulto non è il segno che hai toccato un nervo scoperto della sua argomentazione. Ma il segno che l’argomentazione non c’era, o che è esaurita, e che di fronte a questo lui non ha altri strumenti che alzare la voce.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In altre parole, l’insulto segnala una cosa sola: la resa. Ovvero il momento in cui uno smette di difendere un’idea e comincia, invece, a volerti colpire. E non accade perché l’attaccato avesse detto qualcosa di irragionevole. Accade perché l’aggressore non aveva un secondo argomento e la frustrazione di non essere seguito ha bisogno di uno sfogo. E quando, oltre che di argomenti, si è anche poveri di risorse emotive, l’insulto, la minaccia, la violenza, sono strumenti facili a cui fare ricorso.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Eppure è proprio a persone così, in questi anni, che abbiamo consegnato la delega piena sull’educazione affettiva dei figli, ripetendo che nessuno è più adatto dei genitori a occuparsene. Tuttavia, quando questa delega arriva senza nessun accompagnamento, senza nessuno spazio per costruire un lessico condiviso, senza strumenti per fare i conti con le proprie resistenze prima di trasmetterle ai figli, quella delega diventa un vuoto. E in quel vuoto si materializza, travestita da indignazione morale, qualunque cosa: un complotto letto la sera prima, la paura vestita da principio, l’incapacità di distinguere un testo di divulgazione scientifica da un contenuto esplicito. C’è poi un altro pezzo di quella delega che nessuno nomina mai: l’educazione affettiva passa anche dal mostrare, nei fatti, come si regola un’emozione forte, come si resta dentro un dialogo senza doverlo vincere a ogni costo, come si sostiene un’opinione rispettando chi ne ha una diversa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se l’adulto delegato non sa fare niente di tutto questo, se l’unica risposta che conosce a un disaccordo è l’aggressione verbale, allora il problema non riguarda solo le parole che non sa usare. Riguarda il modello stesso che, senza saperlo, sta trasmettendo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il corpo di un bambino che diventa corpo di un adulto non è materiale scabroso. È biologia, è crescita, è quello che succede a tutti. Chiamarlo pederastia o pornografia non protegge nessun bambino: rivela solo quanto poco chi lo chiama così sia attrezzato - lessicalmente ed emotivamente - per parlarne lui per primo.&lt;/p&gt;
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				<title>Quando il canile diventa anche sistemazione del gatto</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/gatti-nei-canili/</link>
				<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;In Italia la gestione dei gatti recuperati dalla strada porta spesso, per necessità più che per scelta, alla convivenza forzata di gatti e cani all’interno di una stessa struttura: il canile. A volte, in mancanza d’altro, i gatti finiscono addirittura collocati in gabbie attigue a quelle dei cani.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le associazioni incaricate ad occuparsene lavorano spesso in condizioni di emergenza cronica, con risorse limitate e un numero di animali che eccede sistematicamente gli spazi disponibili. Ma il risultato, per il gatto, è subire un ambiente pensato per un’altra specie: gabbie concepite per il contenimento canino (che già di suo meriterebbero una discussione), il rumore costante dell’abbaio, l’odore di marcatura e quello persistente di un predatore percepito come tale, il passaggio di persone e, spesso, la mancanza quasi totale di verticalità, nascondigli, punti di osservazione sicuri. Per il gatto è una sovraesposizione sensoriale e fisica h24.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non è una questione estetica o di sensibilità. È etologia di base: il gatto, a differenza del cane, non è un animale che gestisce bene il contenimento sociale forzato né la convivenza ravvicinata con una specie che, dal suo punto di vista percettivo, resta un potenziale pericolo. Lo stress cronico che ne deriva non è un disagio transitorio che si esaurisce con l’adozione. Si porta dietro, spesso, un’alterazione stabile della soglia di reattività e della capacità di fidarsi, un bagaglio che il gatto si trascina anche nella nuova casa, anche con caregiver preparati e pieni di buona volontà.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lo vedo anche nelle storie che mi vengono riportate in consulenza: persone che adottano con le migliori intenzioni e si trovano poi a gestire gatti aggressivi, ansiosi, inavvicinabili, non per un “difetto” caratteriale e nemmeno per un errore del caregiver, ma perché il trauma accumulato prima dell’adozione ha eroso risorse psichiche che poi è difficilissimo ricostruire, soprattutto se l’adozione è poco compatibile con il profilo del gatto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A questo si aggiungono pratiche di gestione ancora troppo diffuse (l’uso di retini, guantoni, il contenimento forzato per le manipolazioni sanitarie o di trasferimento) che nascono da una logica di sicurezza pensata per il cane e trasferita, quasi per automatismo, al gatto. Ma il gatto non è un cane più piccolo. Ha un’organizzazione sociale, una gestione dello spazio e una fisiologia dello stress profondamente diverse, e continuare a trattarlo con gli stessi strumenti e le stesse strutture significa, di fatto, ignorarne la specificità e aggiungere ulteriori traumi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Rispetto a questo, credo che andrebbero informate correttamente prima di tutto le istituzioni. Le associazioni fanno quello che possono con quello che hanno, e la cronica carenza di strutture specificamente dedicate ai gatti in Italia è un problema strutturale che difficilmente possono risolvere da sole. Cambiare le strutture, costruire spazi pensati per i gatti ben separati - anche acusticamente - da quelli dei cani, finanziarli, riconoscerne la necessità, è una responsabilità che va oltre la buona volontà di chi già lavora sul campo con risorse limitate.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In un mondo pensato meglio, i canili tornerebbero a essere quello che il nome suggerisce (spazi dedicati ai cani) e per i gatti si costruirebbero ambienti pensati da zero per loro (e, aggiungerei, se ne limiterebbero gli ingressi allo stretto necessario): meno contenimento, più altezza, più possibilità di scelta e di ritiro, meno rumore e meno pressione sociale.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Una direzione verso cui iniziare a orientare una discussione di civiltà anche, e soprattutto, a livello istituzionale&lt;/p&gt;
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			<item>
				<title>Come capisco se il gatto mi ama? Una riflessione insolita</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/gatto-mi-ama</link>
				<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Quella nel titolo è una delle domande che più spesso mi è stata posta negli ultimi anni.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le persone decidono di adottare un gatto, convivono per anni, se ne prendono cura e, ad un certo punto, iniziano a chiedersi se l’amore che provano è ricambiato oppure no. E questa domanda, spesso, è tanto più pressante quanto più il gatto ha un atteggiamento distaccato, irraggiungibile, algido.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Perché sentiamo così tanto bisogno di trovare risposta a questa domanda?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il bisogno di conferma affettiva da parte del gatto appartiene alla nostra natura mammifera. 
Ce lo ha insegnato Panksepp che l’accudimento non è mai unidirezionale perché attiva i circuiti del sistema CARE che chiedono reciprocità. In termini evolutivi potremmo dire che accudire è biologicamente costoso senza un ritorno, quindi cerchiamo continuamente dei segnali in questo senso.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ecco perché non ci pesa fare l’usciere aprendo e chiudendo mille volte la portafinestra che dà sul giardino per far passara il gatto; ma ci rassicura che accorra al nostro richiamo. Rinunciamo volentieri alle vacanze oppure le programmiamo tenendo cura dei suoi bisogni; ma adoriamo che la sera venga ad acciambellarsi sul nostro grembo facendo le fusa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La stessa idea è confermata dalla teoria dell’antropomorfismo di Epley secondo cui le persone attribuiscono stati mentali agli animali quanto più hanno bisogno di connessione sociale. E attribuiscono gli stati mentali che meglio conoscono, cioè… i propri. Questa tendenza, poi, si amplifica quando avvertiamo il bisogno di ridurre l’imprevedibilità e aumentare il controllo sull’ambiente o sugli altri.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Guarda caso, viviamo in un mondo che promuove un individualismo sfrenato per cui ci sentiamo tutti un po’ soli e interagiamo con questi animali che sono spesso criptici, difficili da comprendere e da prevedere fino in fondo. Attribuire loro stati mentali che conosciamo bene perché sono anche i nostri diventa un modo di abbattere la solitudine, soddisfare il nostro bisogno di appartenenza e ridurre la quota di incertezza che un animale così enigmatico ci pone davanti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ecco perché se il gatto si mostra distaccato nei nostri confronti al rientro delle vacanze, concludiamo che è “offeso” per esser stato lasciato solo. O perché siamo pronti a scommettere che sia “geloso” se, seduto sul nostro grembo, aggredisce un altro gatto che osa avvicinarsi. Ma così facendo, abbiamo raccontato solo la nostra versione della storia.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Forse, allora, la domanda &lt;em&gt;il mio gatto mi ama?&lt;/em&gt; non è propriamente una domanda sul gatto. È una domanda su di noi: su quanto abbiamo bisogno di essere ricambiati per sentirci al sicuro nel dare cura, su quanto la solitudine ci renda urgente decifrare chi ci vive accanto. Non è una domanda a cui va data una risposta. È una domanda che, se ci fermiamo ad ascoltarla invece di correre a zittirla, ci racconta qualcosa di vero su noi stessi, prima ancora che sul gatto che abbiamo davanti.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;se-vuoi-approfondire&quot;&gt;Se vuoi approfondire&lt;/h2&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Panksepp J. &amp;amp; Biven L. (2014). &lt;em&gt;Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane&lt;/em&gt;, Raffaello Cortina Ed.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Epley, N., Waytz, A., &amp;amp; Cacioppo, J. T. (2007). “On Seeing Human: A Three-Factor Theory of Anthropomorphism”, &lt;em&gt;Psychological Review&lt;/em&gt;, 114(4), 864–886.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Epley, N. (2015). &lt;em&gt;Mindwise: How We Understand What Others Think, Believe, Feel, and Want&lt;/em&gt;. Penguin.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
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			<item>
				<title>Il gatto e l&apos;arte di inventare il gioco</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/gatto-inventare-gioco</link>
				<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Un fagiolo sfuggito dalla busta della spesa. Uno scontrino accartocciato. Un elastico per capelli dimenticato sul bordo del lavandino. Per chi vive con un gatto, la scena è familiare: il giocattolo comprato con cura giace ignorato in un angolo, mentre il micio insegue con assoluta dedizione qualcosa di totalmente imprevisto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;C’è qualcosa di comico e, al tempo stesso, di molto istruttivo in questo paradosso. Perché il gatto non sta semplicemente ignorando i nostri sforzi, sta facendo qualcosa di più inedito: sta inventando.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il mondo del gatto è un mondo sensoriale complesso e personalissimo. Ogni individuo ha le sue preferenze: c’è chi risponde soprattutto al tatto - e quindi impazzirà per la noce che schizza via appena toccata - chi è guidato dall’udito e si fermerà ipnotizzato dal fruscio della carta stagnola sul pavimento, chi dalla vista e in uno spaghetto vedrà la coda di un topo in fuga. Il gatto, poi, ha tale predisposizione a notare i dettagli che i suoi sensi si attivano ovunque, in qualsiasi momento, su qualsiasi oggetto che abbia la giusta combinazione di caratteristiche. Anche se non è stato disegnato come “giocattolo per gatti”.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;C’è un secondo elemento che spiega l’attrazione dei gatti per oggetti inconsueti: la sorpresa. In natura, la preda non si annuncia. Arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti, e richiede una risposta immediata, fisica, mentale, strategica. Quando un gatto gira per casa e incontra per caso un oggetto che stimola i suoi sensi, può simulare mentalmente la stessa situazione: lo valuta, lo testa, cerca di capire come muoverlo e cosa succede se gli dà una zampata. È un piccolo allenamento cognitivo, ogni volta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo non significa che i giocattoli commerciali siano superflui, basta sceglierli con criterio e proporli nel modo giusto. Non va trascurato, però, che l’universo ludico del gatto è molto più vasto di quanto prospettato dall’industria del pet e una parte significativa di quel mondo lo costruisce lui, attingendo a ciò che trova intorno a sé.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Accade così che osservare quali oggetti catturano l’attenzione del proprio gatto diventa un modo per conoscerlo meglio: cosa lo attrae di più sul piano sensoriale, se ama i movimenti veloci o oggetti da stanare con strategia, se il rumore lo incuriosisce o preferisce  il silenzio dell’agguato, se un odore lo entusiasma o lo disturba. Ogni scelta - anche quella del fagiolo sul pavimento - racconta qualcosa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Una buona pratica di convivenza, allora, è la predisposizione di una cesta dei giochi che non sia, però, un accumulo di giocattoli abbandonati in una scatola per terra da cui il gatto debba servirsi. E’ più funzionale pensarla come una riserva da cui pescare di volta in volta, con sorpresa, con varietà, con un po’ di regia. Perché ciò che stimola davvero la curiosità felina non è la disponibilità di oggetti di per sé, ma l’imprevedibilità con cui compaiono.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E se ogni tanto appare anche un fagiolo, beh… lanciamoglielo!&lt;/p&gt;
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			</item>
		
			<item>
				<title>Come parlare con un adolescente (senza che si chiuda)</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/genitori-adolescenti-non-interrogare/</link>
				<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Siete seduti a tavola e la conversazione scivola su un fatto di cronaca che, magari, ha visto coinvolto un adolescente come tuo figlio o tua figlia. Prima di aprire una discussione, domandati se sei disposto ad accogliere anche opinioni discordanti alle tue.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nelle sedute con adolescenti capita spesso che riportino questa esperienza contradditoria: malgrado i loro genitori siano apparentemente aperti e disponibili al dialogo, i ragazzi si sentono a disagio a sostenere una conversazione perché hanno la sensazione che vadano bene solo certe opinioni e non altre.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo accade quando i genitori, spesso senza nemmeno accorgersene, durante una discussione si pongono come censori di determinate prospettive, ponendo le proprie come uniche accettabili e condivisibili.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Così facendo i genitori danno l’impressione di interpellare i loro figli non tanto per sapere realmente cosa pensino ma per verificare il grado di coincidenza delle rispettive opinioni. A volte nascondono la paura che il ragazzo possa allontanarsi da un modello che ritengono indiscutibile; altre volte, a muoverli è una certa rigidità di pensiero.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Come conseguenza, anziché un confronto, danno la sensazione di imbastire un interrogatorio. E questo i figli lo sentono. Immediatamente. Sotto pelle. E, a seconda di quanto sarà importante per loro mantenere l’immagine positiva che il genitore ha di loro, potranno decidere di accondiscendere o ritirarsi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A lungo andare, infatti, a man mano che l’adolescente impara a riconoscere questo atteggiamento nel proprio genitore, per evitare di discutere ha solo due scelte: o si adegua e conferma al genitore le stesse opinioni, senza tuttavia condividerle fino in fondo; oppure, più probabilmente, si ritira dal dialogo, rifugge qualunque tentativo del genitore di porre domande e aprire discussioni, perché il ragazzo non vuole essere messo sotto pressione, non vuole adeguarsi ma, al contempo, non vuole nemmeno discutere.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In entrambi i casi, con il tempo, il dialogo viene depotenziato, perde di fiducia e di sincerità, anche quando riguardasse questioni familiari delicate. E, quel che è forse peggio, nega al ragazzo la possibilità di sviluppare una competenza fondamentale per la vita adulta: quella di so-stare nel disaccordo, di potere e sapere discutere con gli altri sostenendo idee anche opposte, senza che questo venga vissuto come un inevitabile scontro tra chi vince e chi perde, tra chi ha torto e chi ha ragione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Compito fondamentale del genitore, allora, è sicuramente quello di stimolare il ragazzo a confrontarsi su temi di complessità via via crescente ma farlo mantenendo una postura di ascolto reale e di apertura verso quello che è il punto di vista del ragazzo. Anche, e soprattutto, quando non coincide con il proprio.&lt;/p&gt;
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			</item>
		
			<item>
				<title>A chi appartiene l&apos;educazione dei nostri figli.</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/educazione_sa-ddl</link>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Il nuovo DDL del ministro Valditara che vieta l’educazione sesso-affettiva nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie e impone il consenso a queste attività educative da parte nei genitori nelle scuole secondarie, mi ha fatto pensare a quanto sarebbe necessario ripensare l’ecosistema in cui crescono i nostri ragazzi, prima di legiferare sulle loro vite.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sono cresciuta in una famiglia in cui i temi dell’affettività e della sessualità, quando non erano tabù, erano semplicemente taciuti. Inesistenti. Invisibili. Quando sono arrivata alla pubertà e quando, con essa, ho iniziato a pormi le inevitabili domande sul mio corpo, sulla sessualità, sulla relazione col mio e con l’altro sesso (domande che arrivano, arrivano per tutti), ho avuto la fortuna di avere tre stampelle che mi hanno sostenuta. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La prima, una strepitosa insegnante di italiano alle scuole medie che, in maniera modernissima, ci faceva affrontare i temi legati alle trasformazioni del corpo e delle relazioni a cui sarei andata incontro negli anni successivi, consentendomi di avere una bussola per comprenderle ed elaborarle senza sentirmi necessariamente strana, sbagliata o in colpa (tendenza che avrei avuto).  &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La seconda, negli anni dell’adolescenza, è stata una trasmissione radiofonica che andava in onda il giovedì sera, in cui un sessuologo rispondeva alle domande che arrivavano in diretta da miei coetanei, un contenitore “sicuro”, accessibile, che parlava un linguaggio adatto a me e scientificamente solido da cui ho imparato molte cose sul rapporto sessuale, sul ciclo e sulla gravidanza.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La terza è stata una cugina più grande di me, l’unica che mi abbia spiegato concretamente come funzionano i preservativi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ho sempre pensato di essere stata fortunata perché nel vuoto totale, qualche appiglio l’ho trovato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma se fossi un adolescente oggi, alle prese con il silenzio del mondo adulto, le risposte alle mie domande le cercherei innegabilmente su internet. E le troverei, le troverei tutte. Troverei anche risposte a domande che ancora non mi sono posta né immaginata. Ma il problema sta nella natura di quelle risposte. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La rete è democratica, democratica al punto tale che c’è posto per tutti. Anche per chi diffonde informazioni scorrette, anche per la pornografia che veicola un’idea alterata del sesso e delle relazioni uomo-donna. Anche per i social che sollecitano un confronto continuo con altri idealizzati. Anche per influencer e content creator che producono contenuti - magari anche da mila like - dalla valenza diseducativa. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E in tutto questo mare magnum di mediocrità, io adolescente che non ho strumenti - sono per definizione in formazione - e non ho nessuno a cui chiedere, come mi oriento? Come faccio a capire se un contenuto è valido o no? Se posso fidarmi di quello che la rete mi sta proponendo a botte di algoritmi?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La verità è che non mi oriento in nessun modo. Mi affido al caso. Alla simpatia. A ciò che mi risuona. A ciò che mi consigliano i miei pari. Col rischio di finire in qualche buco nero di disinformazione, di modelli idealizzati o alterati, di distanza dalla realtà, di tossicità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Io sono stata una ragazzina alla ricerca spasmodica di risposte in un mondo omertoso. Oggi sarei una ragazzina subissata di risposte in un mondo digitale che di risposte ne dà sin troppe, spesso in anticipo sui tempi e senza alcuna garanzia che siano risposte sane.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ecco perché, nel mondo odierno e nell’ecosistema in cui sono immersi i ragazzi OGGI, è urgente la promozione dell’educazione sessuo-affettiva anche a scuola. Perché i ragazzi hanno bisogno di riferimenti solidi, sicuri e affidabili. Solidi in termini di autorevolezza dei referenti, sicuri in termini emotivi e affidabili in termini scientifici. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le famiglie, da sole, non possono farcela. E non perché siano tutte come quella in cui sono cresciuta io, ma perché oggi, a portata di smartphone (che mettiamo in mano ai bambini sin dalla più tenera età), i ragazzi vengono travolti da una mole di contenuti, di immagini, di simboli che va ben oltre il controllo genitoriale. &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il consenso è un’illusione, uno strumento da politici novecenteschi che interpretano ancora la relazione genitori-figli in modo rigidamente verticale e non si rendono conto quanto la rete impatti sulla crescita, l’educazione, la formazione dei loro figli. I genitori di oggi sono già esclusi dalla formazione sessuo-affettiva dei figli, sono già stati soppiantati dalla rete, e non hanno ancora realizzato che l’educazione oggi si costruisce dando loro conoscenze che permettano di sviluppare spirito critico e argomentazioni in grado di farli uscire dalla condizione di consumatori passivi di contenuti digitali casuali.&lt;/p&gt;
</description>
				<guid isPermaLink="true">https://soniacampa.it/blog/educazione_sa-ddl</guid>
			</item>
		
			<item>
				<title>Lo smartphone non è riposo</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/smartphone-non-riposo</link>
				<pubDate>Wed, 27 May 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Navigando in rete mi sono imbattuta in un post che recitava così:&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Sono mamma, è ovvio che vado a letto tardi anche quando sono stanca morta. Quei venti minuti al telefono in silenzio sono l’unico momento della giornata in cui non devo essere niente per nessuno. Non li mollo.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quel post descrive qualcosa di reale e diffuso tra le madri - e, in generale, tra le persone -: quella sensazione di aver dato tutto durante il giorno e di ritagliarsi uno spazio minuscolo ma prezioso solo per sé, anche a costo di dormire meno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quel “niente per nessuno” è indicativo. Non esprime pigrizia, né evasione: è il bisogno di esistere senza essere funzionali a qualcuno. È un bisogno umano fondamentale che la genitorialità intensa può comprimere moltissimo, soprattutto nelle madri, su cui spesso pesa di più il carico mentale e emotivo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tuttavia, ci sono due elementi che, sul piano psicologico, vale la pena analizzare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il primo è che, pur essendo quel bisogno reale e sacrosanto, lo smartphone non può soddisfarlo. Non perché non offra la sensazione di “staccare”, ma per come funziona il cervello. Quello scroll che sembra portarti altrove ti tiene in realtà dentro un flusso continuo di stimoli visivi, emotivi, cognitivi. Il sistema nervoso non si disattiva davvero, si sposta su un altro tipo di attivazione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che senti quando posi il telefono non è rilassamento. È un particolare tipo di svuotamento che può sembrare riposo, ma non è la stessa cosa. E sul lungo periodo, non ti sostiene. Anzi, ti lascia più frustrato e stanco di quanto fossi prima.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non è un caso che l’utilizzo dello smartphone prima di dormire incida negativamente sulla qualità del sonno e sui tempi di addormentamento. E anche la ricerca lo conferma: il tempo passato sui social è associato a maggiore senso di vuoto e solitudine, non a recupero.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’altro elemento è che quei venti minuti esistono solo di notte, rubando tempo al sonno. Significa, dunque, che durante il giorno non c’è nessun altro momento e questo dice qualcosa non solo sulla persona ma anche su quanto ancora, al giorno d’oggi, il peso della cura gravi enormemente sulle madri, tanto da non riuscire a ritagliarsi uno spazio per sé.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se queste condizioni arrivano ad occupare in modo così palese lo spazio pubblico (e in modi, direi quasi, inconsapevoli), non è forse giunto il momento, come società civile, di redistribuire attivamente il carico di cura e di realizzare un supporto reale per le famiglie?&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;se-vuoi-approfondire&quot;&gt;Se vuoi approfondire&lt;/h2&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;MacDonald &amp;amp; Schermer (2021), &lt;em&gt;“Loneliness unlocked: Associations with smartphone use and personality”, Acta Psychologica, 221&lt;/em&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
</description>
				<guid isPermaLink="true">https://soniacampa.it/blog/smartphone-non-riposo</guid>
			</item>
		
			<item>
				<title>Percepire non significa comprendere</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/percepire-comprendere</link>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Qualche giorno fa ho appoggiato una macchina del caffé da dismettere per terra, accanto alla porta-finestra, per ricordarmi di portarla fuori quando fossi uscita.
Qualche minuto dopo, Wally, una delle mie gatte di quattro anni, si è diretta verso la porta-finestra con l’intento di farsi aprire e guadagnare il giardino. Arrivata ad un metro di distanza, vista la macchina del caffé, si è immobilizzata. L’ha fissata a lungo, confusa, preoccupata, ha provato a spostare la testa, si è guardata attorno, ha tentato qualche passo incerto in avanti, si è bloccata di nuovo, ha annusato l’aria. Era evidente che non riuscisse a capire cosa fosse. E’ stata diversi secondi lì, ferma, a soppesare, a valutare e alla fine, senza che accadesse altro attorno a lei, si è girata ed è scappata via.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo episodio mi ha ricordato quanto siano sensibili i gatti sul piano percettivo. E a quanto, a volte, lo ignoriamo o lo diamo per scontato, ritenendo che il loro modo di guardare il mondo e di elaborare le informazioni sia, tutto sommato, uguale al nostro, forse solo un po’ meno raffinato. E, invece, è proprio diverso.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Cosa era successo a Wally che riproponeva una reazione sicuramente osservabile da tante persone nei propri gatti, davanti a stimoli apparentemente innocui?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nel momento in cui lo sguardo di Wally si è poggiato sulla macchina del caffé, automaticamente, istantaneamente, la sua mente è andata alla ricerca di un’immagine in memoria che la aiutasse a riconoscere quello stimolo, a dargli un significato, un po’ come accade nei sistemi di riconoscimento facciale. Si tratta di un processo mentale, automatico e inconsapevole, che consente di fare previsioni su quello che potrà accadere e, quindi, di pianificare delle opportune risposte comportamentali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In Wally questa ricerca aveva dato esito negativo. Non aveva informazioni utili per interpretare il significato di quell’oggetto nero, comparso dal nulla, con quell’odore insolito, in quel punto in cui, di norma, c’era il vuoto. Percepire uno stimolo non significa automaticamente poterlo collocare tra le esperienze già note, soprattutto quando è fuori contesto. Davanti all’incertezza, è emerso il carattere di Wally, il suo livello di fiducia:  l’emozione che ha prevalso è stata la diffidenza, per cui meglio allontanarsi da ciò che non si conosce, per evitare eventuali pericoli.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A causa di queste reazioni, a volte i gatti vengono etichettati come “stupidi” o “paurosi”. Non si tratta di questo, ma di un tentativo di interpretare uno stimolo ambiguo alla luce delle informazioni disponibili, internamente ed esternamente: i gatti percepiscono, analizzano, traggono delle conclusioni sulla base del loro bagaglio esperienziale e decidono come procedere. Se Wally fosse cresciuta in una casa in cui stabilmente le macchinette del caffé sono poggiate per terra,  avrebbe avuto una reazione completamente diversa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo non la rende più sciocca o più paurosa. La rende adattata al contesto in cui vive quotidianamente. Un contesto in cui le macchinette del caffé non si trovano mai per terra.&lt;/p&gt;
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				<title>Ciò che non arriva all&apos;altro</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/non-arriva-all-altro</link>
				<pubDate>Thu, 14 May 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Qualche giorno fa ho ricevuto un rifiuto, un “no, grazie” ad una mia proposta lavorativa e questo mi ha fatto riflettere sull’effetto che, a volte, certe porte chiuse possono provocare in noi, al di là della consapevolezza di un’opportunità che non si è realizzata.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In passato mi è capitato di sentire che la mancanza di apprezzamento non riguardasse solo la mia idea ma anche la mia visione, il mio sguardo sulle cose. 
Avevo la sensazione che il mondo esterno non apprezzasse &lt;em&gt;me&lt;/em&gt;, che non riuscisse a riconoscere quel che potevo dare. Mi sentivo come se non esistesse un terreno fertile in cui fiorire.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A volte, ciò che davvero mi disorientava e addolorava non era tanto il fatto che la mia idea non fosse piaciuta di per sè. Quello che faceva male davvero era constatare che quello che per me era vivo, significativo, evidente, nell’altro non prendeva forma.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’esperienza mi ha portato a fare i conti con una realtà difficile da sostenere: non sempre quel che conta per me trova risonanza negli altri. E non perché gli altri sbaglino o non siano in grado di comprendere ma perché, ho scoperto, la mia esperienza interna non si trasferisce automaticamente agli altri, anche se possiamo avere obiettivi condivisi o occupare gli stessi contesti sociali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In altre parole, ho capito che aspetti di me che sentivo profondamente miei non è detto che vengano riconosciuti. Oppure vengono riconosciuti, ma non sostenuti come mi aspetterei.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Si tratta di un’esperienza straniante che sembra allontanare dagli altri e può portare anche a dubitare di sé, a rinunciare oppure, al contrario, a chiudersi in un atteggiamento difensivo con cui svalutare l’altro per attenuare la percezione di minaccia all’identità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ho capito che stare nella complessità dei punti di vista è molto faticoso, soprattutto su aspetti che mi toccano profondamente e che sento appartenermi. Starci senza viverlo come un attacco personale lo è ancora di più.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo un primo momento di smarrimento per quel “no”, però, ho fatto un sospiro e ho ripensato a quello che la vita accanto agli animali mi ha insegnato. Un odore sgradevole per me può essere interessantissimo per il mio cane che si sofferma lungamente ad annusarlo; quel suppellettile a cui tenevo tanto, per il mio gatto può rappresentare semplicemente un curioso oggetto da far precipitare dal tavolo per &lt;em&gt;vedere l’effetto che fa&lt;/em&gt;. Un cavallo può trovare disturbante un oggetto fermo in un campo laddove io vedo solo un rifiuto abbandonato da qualcuno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Gli animali mi ricordano quotidianamente che la realtà non è mai oggettiva, nemmeno quella che sentiamo profondamente nostra. Anche quando condividiamo la percezione di un oggetto, di un’esperienza, di un vissuto, i significati che possiamo attribuire sono molto diversi. Vale per gli stimoli esterni ma anche per ciò che internamente ha un grande significato per noi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Certo, come essere umano sono portata a soffrire non solo perché l’altro attribuisce un significato diverso  alle cose ma &lt;em&gt;anche&lt;/em&gt; perché vorrei essere confermata nel &lt;em&gt;mio&lt;/em&gt; sentire ed essere accolta. Ma il confronto con gli animali mi sostiene quotidianamente nel ricordarmi che qualcosa che per me è evidente, vivo, importante, nell’altro può non assumere lo stesso significato. E, soprattutto, che ho la possibilità di sostare nella molteplicità di vedute e punti di vista senza averne paura e senza volerla evitare.&lt;/p&gt;
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				<title>Il burnout nelle relazioni d&apos;aiuto</title>
				<link>https://soniacampa.it/blog/stress-lavoro-burnout/</link>
				<pubDate>Wed, 13 May 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<description>&lt;p&gt;Ad un certo punto, ho capito di essere in burnout.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;I primi segnali di sovraccarico sono arrivati come un progressivo calo nella motivazione. Ho sempre svolto il mio lavoro nella convinzione che potesse avere un impatto non solo sulle singole persone ma anche sul modo in cui pensiamo le relazioni, sia a livello collettivo che personale.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma qualcosa nella mia energia si è andato lentamente consumando. Entrare in aula o in consulenza diventava gradualmente più faticoso e a volte percepivo la stanchezza ancor prima di iniziare. Sempre più frequentemente la mia mente iniziava ad interrogarmi sul senso di investire tanto sforzo per non vedere poi cambiare niente. Anzi, soprattutto a livello collettivo, avevo la sensazione che le cose andassero verso una direzione opposta a quella per cui mi battevo. Col tempo, sono diventata più intollerante a questioni che ritenevo superficiali, secondarie, e piano piano ho avvertito un crescente distacco emotivo.&lt;br /&gt;
Sentivo che quel ruolo che avevo voluto e costruito pezzo per pezzo dal nulla si stava disgregando e, con esso, una parte della mia identità. Quella fatta di tempo, sacrifici, scelte di vita, cambiamenti profondi, la stessa che mi aveva portato a difenderlo anche davanti a chi avrebbe voluto ridimensionarlo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tante cose avevano contribuito alla mia condizione. La raggiungibilità telematica continua rendeva difficile separare il lavoro dalla vita privata e così, spesso, venivo sopraffatta da richieste di aiuto, di supporto, di consiglio, sotto forma di notifiche, messaggi, chiamate. Caratterizzata da una forte spinta etica, tendevo al perfezionismo, a voler sempre essere inappuntabile, preparata, competente, a non farmi cogliere in fallo. La vita professionale era diventata un continuo impegno mentale e fisico, h24, senza pause reali. 
Nella mia storia personale, poi, si è inserito un “crac” che mi ha fatto mancare la terra sotto i piedi e ha definitivamente spalancato le porte al burnout: ho perso - per incomprensioni, per incompatibilità, perché le cose a volte semplicemente finiscono - una “crew” di riferimento, una rete sociale di supporto sul piano relazionale che, fino a quel momento, mi aveva permesso di non sentirmi completamente sola a sostenere la fatica.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ammettere poi con me stessa “sono esausta, sono svuotata, non ho più nulla da dare” è stato un altro passaggio faticoso da compiere perché, in qualche modo, mi sembrava di tradire quell’immagine di me stessa fatta di presenza affidabile (ovvero continua) e tenuta etica. Si tende a stringere i denti, a negare, a resistere, a dire che è una fase e che in fondo ce la si può fare. E invece il tempo passa e la motivazione non torna, l’ansia cresce, la sensazione di solitudine si prende ogni spazio.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non esistono ricette univoche per uscire dal burnout e, a volte, un percorso psicologico è la migliore e più efficace cura che possiamo offrirci. Quello che ho ritenuto di dover fare io è stato tornare a me stessa. Tornare ad interrogarmi su quali fossero le mie risorse e su cosa volessi davvero impegnarmi e con chi, senza idealizzazioni e senza pretesa di cambiare il mondo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E forse, per me, il burnout è significato anche accorgermi che avevo iniziato a coincidere troppo con il ruolo che ricoprivo e che, senza quei legami con cui fino a quel momento avevo condiviso la fatica, quel ruolo aveva iniziato a schiacciarmi.&lt;/p&gt;
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