L'8 marzo delle gatte

Stamattina sentivo in radio che barche e navi hanno tradizionalmente nomi da donna perché richiamano l’idea dell’utero, che contiene e che culla. La nave è femmina perché cura e accoglie, ovvero è materna. Le navi da guerra, invece, hanno tradizionalmente nomi maschili. Perché il maschio fa la guerra.

La cura è proprio femmina, quindi? mi sono chiesta. Siamo proprio destinate ad essere questo? Utero, contenitore, portatrici di cura, culla del mondo? E poi ho guardato agli animali, come faccio sempre quando non ho risposte esistenziali. E ho guardato ai gatti, maestri di vita.
I gatti sono dei mammiferi in cui la cura della prole è appannaggio esclusivamente materno. Il padre (o meglio, i padri, perché in una stessa cucciolata sono possibili paternità miste) compare solo per l’accoppiamento, 3-4 giorni, poi sparisce, non ha alcun ruolo, alcun peso, nessuna responsabilità nel tirare su i piccoli. Nemmeno li conoscerà mai. Fa tutto la madre: porta avanti la gravidanza, partorisce, li allatta, insegna loro i rudimenti della caccia e poi lascia che si disperdano e, alla ricerca di territori personali, trovino il loro posto nel mondo. La gatta è la maternità nella sua concezione più estrema.

Eppure.

Eppure le gatte non sono solo mica questo. Le gatte hanno mille altri aspetti del sé, al pari di qualunque altro gatto. Sono cacciatrici solitarie, abili e capaci, ma sono anche territoriali e disposte a sguainare le armi pur di allontanare un intruso dal loro territorio. Adorano farsi i bagni di sole e intessere relazioni sociali con chi ritengono meritevole di fiducia e amicizia. Sono scaltre, sanno aprire ante e rubare cibo dai piatti, bevono dai lavandini gocciolanti e si acciambellano in posti caldi ed accoglienti per schiacciare un pisolino di ristoro. Se non si trovano bene in un'area, cambiano e si trasferiscono altrove e non hanno alcun problema a rompere legami e costruirne degli altri. Sono intraprendenti e autonome. Sono diffidenti con i gatti estranei e quando incontrano un piccolo non è detto che tirino fuori il mitologico “istinto materno” perché vi possono già riconoscere un futuro competitore con cui, da lì a pochi mesi, dovranno discutere ogni priorità, ogni risorsa, ogni privilegio.
A ben guardarle, anche mentre si occupano dei loro micetti, non sono certo l’emblema del sacrificio e dell’annullamento personale. Per le prime due settimane, la loro condizione ormonale consente loro di sostenere l’enorme sforzo dell’allattamento e della immobilità quasi totale, con l'obiettivo della protezione e il sostentamento dei piccoli. Ma già dalla terza settimana e in assoluta autonomia, la gatta inizia ad assentarsi dal nido per brevi periodi, torna a pensare a se stessa, mangia, caccia, elimina a distanza dal nido, e a partire dalla quarta settimana inizia anche ad allontanarsi semplicemente per isolarsi e prendersi del tempo per sé. A man mano che i piccoli crescono, lei si riprende i propri spazi personali e torna ad occuparsi di tutto ciò che il suo mondo le offre, al di là dell'impegno materno.

Mamma gatta è molto lontana da quell’immagine di madre sacrificale tanto cara alla cultura cristiana. Ma non solo mamma gatta non è sacrificale di se stessa: mamma gatta è anche molto altro che mamma. E’ un gatto, con tutto il suo mondo di territorio, di conflittualità, di curiosità, di amore per il sole e per le vertigini, di spinta alla predazione e di cautela nel muoversi in solitudine tra le incertezze del mondo.

E allora?

E allora questa storia che femmina e materno siano inscindibili è pura costruzione culturale, una roba che ci raccontiamo da secoli come una litanìa, perché a qualcuno converrà pure. Si può essere materni ed avere una propria identità, una propria esistenza che prescinda dal compito della cura, che poi si può anche scegliere di svolgere in maniera più o meno esclusiva per un certo periodo della propria vita. Ma questo non significa che siamo solo quello. Questo non giustifica il relegare la donna che diventa madre a puro ventre.

Questo non avviene nemmeno nelle specie in cui le cure dei piccoli sono demandate esclusivamente alle femmine e dettate da schemi comportamentali non modificabili (o modificabili in modo irrisorio) dalla cultura.

Alla faccenda delle navi che si chiamano sempre con nomi femminili perché materne mentre quelle da guerra vengono attribuiti nomi maschili perché espressione del testosterone mi viene allora da citare Niccolò Fabi, in un suo pezzo che dovrebbe diventare patrimonio dell’umanità:

“Voglio che le cariche importanti
Dove si decide per il mondo
Vengano assegnate solo a donne
Madri di figli.
Sarei così curioso di vedere
Se all'interno delle loro decisioni
Riuscirebbero a scordarsi il loro futuro.”

Chissà. Magari un giorno si capirà che la propensione alla cura è un'attitudine mente-corpo, alla portata di uomini e donne, non una prigione sociale.

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