Quando arriva la fine?

Stamattina sono rimasta colpita da quanto accaduto ad una mia amica. Ricoverata in clinica la sua gatta per una peritonite umida nel tentativo di farle somministrare una terapia sperimentale (ad oggi questo tipo di patologia è ancora incurabile), la piccola è morta all’alba nella sua gabbia di degenza. La mia amica non si dà pace perché, dice, nessun gatto vorrebbe morire in un posto simile.

Queste storie muovono ogni volta corde molte personali, mettendoci in contatto con la paura della morte, della separazione e, in questo caso, anche dell’enorme senso di responsabilità di cui ci sentiamo investiti dovendo prendere decisioni importanti sulla vita e il trapasso dei nostri amati animali. In questi anni mi è capitato diverse volte di sentirmi chiedere come faccio a decidere, come faccio a sapere. Qual è il confine tra un temuto accanimento terapeutico da parte nostra (che parla di noi, del nostro rifiuto della separazione) e il diritto del nostro accudito a delle cure portate avanti senza risparmiare nessuna opzione? Le perplessità aumentano se, come in questo caso, il quadro è terminale. Fin dove spingersi? Cosa vorrebbe il gatto, cosa farebbe se fosse lui a poter scegliere liberamente?

Sono domande enormi a cui non credo, in onestà, che esista una risposta definitiva. Né credo che esista una risposta univoca. Perché la verità è che le patologie sono diverse, i gatti sono diversi e le relazioni familiari in cui sono calati sono sempre diversi. Non esiste nessuno al mondo che possa rispondere per noi a queste domande, questa è l’unica verità che mi sento di affermare. Confrontarci con qualcuno, che magari riteniamo “esperto” in qualche misura, può farci sentire meglio, può darci conforto o la sensazione di essere sostenuti. Ma la decisione finale è solitaria, la responsabilità di tracciare quel famoso confine, qualunque esso sia, è sempre e solo nostra.

Posso raccontare cosa faccio io.
Io cerco di aprire il cuore e di ascoltare cosa mi viene chiesto. Due anni fa ho perso Yaya, una delle mie gatte, per un tumore inoperabile ai polmoni. L’ultimo giorno della sua vita era in giardino, come sempre. Ad un certo punto mi ha chiesto di entrare in casa e lo ha fatto con una decisione insolita. Ho subito capito che qualcosa non andava e una corsa dal veterinario è stato il mio primo pensiero. Ma - non saprei spiegare come - qualcosa nel suo sguardo, nel suo accucciarsi nel cantuccio che avevo preparato per lei, persino nella calma che emanava, mi diceva che lei mi stava chiedendo esattamente questo, non altro: ricongiungersi con la sua casa, con le sue persone (all’epoca mia figlia gattonava e Yaya amava starle vicino) e avere il tempo di salutarci. Si è stesa, è entrata in coma ed è volata via nelle due ore successive, al suono della radio accesa come sempre e delle lallazioni di Alice.
Da una parte ho la convinzione “spirituale” che i gatti sappiano “cosa” fare e “quando”, esattamente come lei che, ad un certo punto, ha scelto come salutarci. Quello che cerco di fare io è restare in ascolto, guinzagliare la mia paura e accogliere l’idea che siamo tutte creature di passaggio. Non so se ci sarà mai un ricongiungimento, forse non ho abbastanza fede per questo: mi importa il qui e ora e l’accompagnare con rispetto e discrezione il mio congiunto, come ultima forma di cura che necessariamente parlerà di me e di come la concepisco, che è proprio ciò che rende certe decisioni assolutamente personali e non delegabili.

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