Comunicazione
Ciò che non arriva all'altro
Qualche giorno fa ho ricevuto un rifiuto, un “no, grazie” ad una mia proposta lavorativa e questo mi ha fatto riflettere sull’effetto che, a volte, certe porte chiuse possono provocare in noi, al di là della consapevolezza di un’opportunità che non si è realizzata.
In passato mi è capitato di sentire che la mancanza di apprezzamento non riguardasse solo la mia idea ma anche la mia visione, il mio sguardo sulle cose. Avevo la sensazione che il mondo esterno non apprezzasse me, che non riuscisse a riconoscere quel che potevo dare. Mi sentivo come se non esistesse un terreno fertile in cui fiorire.
A volte, ciò che davvero mi disorientava e addolorava non era tanto il fatto che la mia idea non fosse piaciuta di per sè. Quello che faceva male davvero era constatare che quello che per me era vivo, significativo, evidente, nell’altro non prendeva forma.
L’esperienza mi ha portato a fare i conti con una realtà difficile da sostenere: non sempre quel che conta per me trova risonanza negli altri. E non perché gli altri sbaglino o non siano in grado di comprendere ma perché, ho scoperto, la mia esperienza interna non si trasferisce automaticamente agli altri, anche se possiamo avere obiettivi condivisi o occupare gli stessi contesti sociali.
In altre parole, ho capito che aspetti di me che sentivo profondamente miei non è detto che vengano riconosciuti. Oppure vengono riconosciuti, ma non sostenuti come mi aspetterei.
Si tratta di un’esperienza straniante che sembra allontanare dagli altri e può portare anche a dubitare di sé, a rinunciare oppure, al contrario, a chiudersi in un atteggiamento difensivo con cui svalutare l’altro per attenuare la percezione di minaccia all’identità.
Ho capito che stare nella complessità dei punti di vista è molto faticoso, soprattutto su aspetti che mi toccano profondamente e che sento appartenermi. Starci senza viverlo come un attacco personale lo è ancora di più.
Dopo un primo momento di smarrimento per quel “no”, però, ho fatto un sospiro e ho ripensato a quello che la vita accanto agli animali mi ha insegnato. Un odore sgradevole per me può essere interessantissimo per il mio cane che si sofferma lungamente ad annusarlo; quel suppellettile a cui tenevo tanto, per il mio gatto può rappresentare semplicemente un curioso oggetto da far precipitare dal tavolo per vedere l’effetto che fa. Un cavallo può trovare disturbante un oggetto fermo in un campo laddove io vedo solo un rifiuto abbandonato da qualcuno.
Gli animali mi ricordano quotidianamente che la realtà non è mai oggettiva, nemmeno quella che sentiamo profondamente nostra. Anche quando condividiamo la percezione di un oggetto, di un’esperienza, di un vissuto, i significati che possiamo attribuire sono molto diversi. Vale per gli stimoli esterni ma anche per ciò che internamente ha un grande significato per noi.
Certo, come essere umano sono portata a soffrire non solo perché l’altro attribuisce un significato diverso alle cose ma anche perché vorrei essere confermata nel mio sentire ed essere accolta. Ma il confronto con gli animali mi sostiene quotidianamente nel ricordarmi che qualcosa che per me è evidente, vivo, importante, nell’altro può non assumere lo stesso significato. E, soprattutto, che ho la possibilità di sostare nella molteplicità di vedute e punti di vista senza averne paura e senza volerla evitare.
Sonia Campa COMUNICAZIONE · ANIMALI
relazione U/A comunicazione riconoscimento