Burnout
Il burnout nelle relazioni d'aiuto
Ad un certo punto, ho capito di essere in burnout.
I primi segnali di sovraccarico sono arrivati come un progressivo calo nella motivazione. Ho sempre svolto il mio lavoro nella convinzione che potesse avere un impatto non solo sulle singole persone ma anche sul modo in cui pensiamo le relazioni, sia a livello collettivo che personale.
Ma qualcosa nella mia energia si è andato lentamente consumando. Entrare in aula o in consulenza diventava gradualmente più faticoso e a volte percepivo la stanchezza ancor prima di iniziare. Sempre più frequentemente la mia mente iniziava ad interrogarmi sul senso di investire tanto sforzo per non vedere poi cambiare niente. Anzi, soprattutto a livello collettivo, avevo la sensazione che le cose andassero verso una direzione opposta a quella per cui mi battevo. Col tempo, sono diventata più intollerante a questioni che ritenevo superficiali, secondarie, e piano piano ho avvertito un crescente distacco emotivo.
Sentivo che quel ruolo che avevo voluto e costruito pezzo per pezzo dal nulla si stava disgregando e, con esso, una parte della mia identità. Quella fatta di tempo, sacrifici, scelte di vita, cambiamenti profondi, la stessa che mi aveva portato a difenderlo anche davanti a chi avrebbe voluto ridimensionarlo.
Tante cose avevano contribuito alla mia condizione. La raggiungibilità telematica continua rendeva difficile separare il lavoro dalla vita privata e così, spesso, venivo sopraffatta da richieste di aiuto, di supporto, di consiglio, sotto forma di notifiche, messaggi, chiamate. Caratterizzata da una forte spinta etica, tendevo al perfezionismo, a voler sempre essere inappuntabile, preparata, competente, a non farmi cogliere in fallo. La vita professionale era diventata un continuo impegno mentale e fisico, h24, senza pause reali. Nella mia storia personale, poi, si è inserito un “crac” che mi ha fatto mancare la terra sotto i piedi e ha definitivamente spalancato le porte al burnout: ho perso - per incomprensioni, per incompatibilità, perché le cose a volte semplicemente finiscono - una “crew” di riferimento, una rete sociale di supporto sul piano relazionale che, fino a quel momento, mi aveva permesso di non sentirmi completamente sola a sostenere la fatica.
Ammettere poi con me stessa “sono esausta, sono svuotata, non ho più nulla da dare” è stato un altro passaggio faticoso da compiere perché, in qualche modo, mi sembrava di tradire quell’immagine di me stessa fatta di presenza affidabile (ovvero continua) e tenuta etica. Si tende a stringere i denti, a negare, a resistere, a dire che è una fase e che in fondo ce la si può fare. E invece il tempo passa e la motivazione non torna, l’ansia cresce, la sensazione di solitudine si prende ogni spazio.
Non esistono ricette univoche per uscire dal burnout e, a volte, un percorso psicologico è la migliore e più efficace cura che possiamo offrirci. Quello che ho ritenuto di dover fare io è stato tornare a me stessa. Tornare ad interrogarmi su quali fossero le mie risorse e su cosa volessi davvero impegnarmi e con chi, senza idealizzazioni e senza pretesa di cambiare il mondo.
E forse, per me, il burnout è significato anche accorgermi che avevo iniziato a coincidere troppo con il ruolo che ricoprivo e che, senza quei legami con cui fino a quel momento avevo condiviso la fatica, quel ruolo aveva iniziato a schiacciarmi.
Sonia Campa BENESSERE
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