Sostegno alla genitorialità

Possiamo delegare l'educazione sessuo-affettiva a chi non sa nemmeno regolare le proprie emozioni?

Cosa ho imparato da un insulto ricevuto in una discussione online.

Sotto un video satirico sull’educazione sessuo-affettiva, un uomo posta due pagine di un libro. Titolo del capitolo: “Puberty”. Sottotitolo “Changes and Messages”. A corredo di un testo bello fitto che parla dei cambiamenti corporei all’inizio dell’adolescenza e destinato chiaramente a bambini di 12-13 anni, sei immagini: un bebè nudo, un ragazzino nudo, un uomo nudo e una bebè nuda, una ragazzina nuda e una donna nuda. La sequenza dell’evoluzione corporea umana, dalla prima infanzia all’età adulta.

Lui la chiama una “rappresentazione grafica di atti sessuali” usata nelle scuole estere per “decostruire la mascolinità” e “promuovere la poliamoria”. Gli chiedo se quelle immagini gli sembrino davvero scabrose. Non gli piace la domanda.

Qualche scambio dopo, mi scrive: “C’è bisogno che ti dica cosa sei, se non sei d’accordo con una cosa così di buon senso?”. Il buon senso, per lui, è che un bambino di sette anni — sposta il discorso dalla pubertà all’infanzia per alzare il tono drammatico — non debba mai sentire o pronunciare le parole “pene” o “seno”. Poi arriva l’insulto diretto: pederasta schifosa.

Se c’è una cosa che sto cercando faticosamente di insegnare a mia figlia è che quando qualcuno, per avere ragione, arriva a insultarti o a minacciarti, quell’insulto parla di lui, mai di te. Quell’insulto non è il segno che hai toccato un nervo scoperto della sua argomentazione. Ma il segno che l’argomentazione non c’era, o che è esaurita, e che di fronte a questo lui non ha altri strumenti che alzare la voce.

In altre parole, l’insulto segnala una cosa sola: la resa. Ovvero il momento in cui uno smette di difendere un’idea e comincia, invece, a volerti colpire. E non accade perché l’attaccato avesse detto qualcosa di irragionevole. Accade perché l’aggressore non aveva un secondo argomento e la frustrazione di non essere seguito ha bisogno di uno sfogo. E quando, oltre che di argomenti, si è anche poveri di risorse emotive, l’insulto, la minaccia, la violenza, sono strumenti facili a cui fare ricorso.

Eppure è proprio a persone così, in questi anni, che abbiamo consegnato la delega piena sull’educazione affettiva dei figli, ripetendo che nessuno è più adatto dei genitori a occuparsene. Tuttavia, quando questa delega arriva senza nessun accompagnamento, senza nessuno spazio per costruire un lessico condiviso, senza strumenti per fare i conti con le proprie resistenze prima di trasmetterle ai figli, quella delega diventa un vuoto. E in quel vuoto si materializza, travestita da indignazione morale, qualunque cosa: un complotto letto la sera prima, la paura vestita da principio, l’incapacità di distinguere un testo di divulgazione scientifica da un contenuto esplicito. C’è poi un altro pezzo di quella delega che nessuno nomina mai: l’educazione affettiva passa anche dal mostrare, nei fatti, come si regola un’emozione forte, come si resta dentro un dialogo senza doverlo vincere a ogni costo, come si sostiene un’opinione rispettando chi ne ha una diversa.

Se l’adulto delegato non sa fare niente di tutto questo, se l’unica risposta che conosce a un disaccordo è l’aggressione verbale, allora il problema non riguarda solo le parole che non sa usare. Riguarda il modello stesso che, senza saperlo, sta trasmettendo.

Il corpo di un bambino che diventa corpo di un adulto non è materiale scabroso. È biologia, è crescita, è quello che succede a tutti. Chiamarlo pederastia o pornografia non protegge nessun bambino: rivela solo quanto poco chi lo chiama così sia attrezzato - lessicalmente ed emotivamente - per parlarne lui per primo.

GENITORIALITÀ
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