Animali

Quando il canile diventa anche sistemazione del gatto

In Italia molti gatti soccorsi finiscono nei canili, accanto ai cani. Una collocazione che, anche se temporanea, rischia di diventare un nuovo trauma. Che il gatto, spesso, si porta dietro anche dopo l'adozione.

In Italia la gestione dei gatti recuperati dalla strada porta spesso, per necessità più che per scelta, alla convivenza forzata di gatti e cani all’interno di una stessa struttura: il canile. A volte, in mancanza d’altro, i gatti finiscono addirittura collocati in gabbie attigue a quelle dei cani.

Le associazioni incaricate ad occuparsene lavorano spesso in condizioni di emergenza cronica, con risorse limitate e un numero di animali che eccede sistematicamente gli spazi disponibili. Ma il risultato, per il gatto, è subire un ambiente pensato per un’altra specie: gabbie concepite per il contenimento canino (che già di suo meriterebbero una discussione), il rumore costante dell’abbaio, l’odore di marcatura e quello persistente di un predatore percepito come tale, il passaggio di persone e, spesso, la mancanza quasi totale di verticalità, nascondigli, punti di osservazione sicuri. Per il gatto è una sovraesposizione sensoriale e fisica h24.

Non è una questione estetica o di sensibilità. È etologia di base: il gatto, a differenza del cane, non è un animale che gestisce bene il contenimento sociale forzato né la convivenza ravvicinata con una specie che, dal suo punto di vista percettivo, resta un potenziale pericolo. Lo stress cronico che ne deriva non è un disagio transitorio che si esaurisce con l’adozione. Si porta dietro, spesso, un’alterazione stabile della soglia di reattività e della capacità di fidarsi, un bagaglio che il gatto si trascina anche nella nuova casa, anche con caregiver preparati e pieni di buona volontà.

Lo vedo anche nelle storie che mi vengono riportate in consulenza: persone che adottano con le migliori intenzioni e si trovano poi a gestire gatti aggressivi, ansiosi, inavvicinabili, non per un “difetto” caratteriale e nemmeno per un errore del caregiver, ma perché il trauma accumulato prima dell’adozione ha eroso risorse psichiche che poi è difficilissimo ricostruire, soprattutto se l’adozione è poco compatibile con il profilo del gatto.

A questo si aggiungono pratiche di gestione ancora troppo diffuse (l’uso di retini, guantoni, il contenimento forzato per le manipolazioni sanitarie o di trasferimento) che nascono da una logica di sicurezza pensata per il cane e trasferita, quasi per automatismo, al gatto. Ma il gatto non è un cane più piccolo. Ha un’organizzazione sociale, una gestione dello spazio e una fisiologia dello stress profondamente diverse, e continuare a trattarlo con gli stessi strumenti e le stesse strutture significa, di fatto, ignorarne la specificità e aggiungere ulteriori traumi.

Rispetto a questo, credo che andrebbero informate correttamente prima di tutto le istituzioni. Le associazioni fanno quello che possono con quello che hanno, e la cronica carenza di strutture specificamente dedicate ai gatti in Italia è un problema strutturale che difficilmente possono risolvere da sole. Cambiare le strutture, costruire spazi pensati per i gatti ben separati - anche acusticamente - da quelli dei cani, finanziarli, riconoscerne la necessità, è una responsabilità che va oltre la buona volontà di chi già lavora sul campo con risorse limitate.

In un mondo pensato meglio, i canili tornerebbero a essere quello che il nome suggerisce (spazi dedicati ai cani) e per i gatti si costruirebbero ambienti pensati da zero per loro (e, aggiungerei, se ne limiterebbero gli ingressi allo stretto necessario): meno contenimento, più altezza, più possibilità di scelta e di ritiro, meno rumore e meno pressione sociale.

Una direzione verso cui iniziare a orientare una discussione di civiltà anche, e soprattutto, a livello istituzionale

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