Animali
Come capisco se il gatto mi ama? Una riflessione insolita
Quella nel titolo è una delle domande che più spesso mi è stata posta negli ultimi anni.
Le persone decidono di adottare un gatto, convivono per anni, se ne prendono cura e, ad un certo punto, iniziano a chiedersi se l’amore che provano è ricambiato oppure no. E questa domanda, spesso, è tanto più pressante quanto più il gatto ha un atteggiamento distaccato, irraggiungibile, algido.
Perché sentiamo così tanto bisogno di trovare risposta a questa domanda?
Il bisogno di conferma affettiva da parte del gatto appartiene alla nostra natura mammifera. Ce lo ha insegnato Panksepp che l’accudimento non è mai unidirezionale perché attiva i circuiti del sistema CARE che chiedono reciprocità. In termini evolutivi potremmo dire che accudire è biologicamente costoso senza un ritorno, quindi cerchiamo continuamente dei segnali in questo senso.
Ecco perché non ci pesa fare l’usciere aprendo e chiudendo mille volte la portafinestra che dà sul giardino per far passara il gatto; ma ci rassicura che accorra al nostro richiamo. Rinunciamo volentieri alle vacanze oppure le programmiamo tenendo cura dei suoi bisogni; ma adoriamo che la sera venga ad acciambellarsi sul nostro grembo facendo le fusa.
La stessa idea è confermata dalla teoria dell’antropomorfismo di Epley secondo cui le persone attribuiscono stati mentali agli animali quanto più hanno bisogno di connessione sociale. E attribuiscono gli stati mentali che meglio conoscono, cioè… i propri. Questa tendenza, poi, si amplifica quando avvertiamo il bisogno di ridurre l’imprevedibilità e aumentare il controllo sull’ambiente o sugli altri.
Guarda caso, viviamo in un mondo che promuove un individualismo sfrenato per cui ci sentiamo tutti un po’ soli e interagiamo con questi animali che sono spesso criptici, difficili da comprendere e da prevedere fino in fondo. Attribuire loro stati mentali che conosciamo bene perché sono anche i nostri diventa un modo di abbattere la solitudine, soddisfare il nostro bisogno di appartenenza e ridurre la quota di incertezza che un animale così enigmatico ci pone davanti.
Ecco perché se il gatto si mostra distaccato nei nostri confronti al rientro delle vacanze, concludiamo che è “offeso” per esser stato lasciato solo. O perché siamo pronti a scommettere che sia “geloso” se, seduto sul nostro grembo, aggredisce un altro gatto che osa avvicinarsi. Ma così facendo, abbiamo raccontato solo la nostra versione della storia.
Forse, allora, la domanda il mio gatto mi ama? non è propriamente una domanda sul gatto. È una domanda su di noi: su quanto abbiamo bisogno di essere ricambiati per sentirci al sicuro nel dare cura, su quanto la solitudine ci renda urgente decifrare chi ci vive accanto. Non è una domanda a cui va data una risposta. È una domanda che, se ci fermiamo ad ascoltarla invece di correre a zittirla, ci racconta qualcosa di vero su noi stessi, prima ancora che sul gatto che abbiamo davanti.
Se vuoi approfondire
- Panksepp J. & Biven L. (2014). Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Raffaello Cortina Ed.
- Epley, N., Waytz, A., & Cacioppo, J. T. (2007). “On Seeing Human: A Three-Factor Theory of Anthropomorphism”, Psychological Review, 114(4), 864–886.
- Epley, N. (2015). Mindwise: How We Understand What Others Think, Believe, Feel, and Want. Penguin.
Sonia Campa ANIMALI · COGNIZIONE · RELAZIONE U/A
animali etologia cognizione relazione U/A