Educazione sessuo-affettiva
A chi appartiene l'educazione dei nostri figli.
Il nuovo DDL del ministro Valditara che vieta l’educazione sesso-affettiva nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie e impone il consenso a queste attività educative da parte nei genitori nelle scuole secondarie, mi ha fatto pensare a quanto sarebbe necessario ripensare l’ecosistema in cui crescono i nostri ragazzi, prima di legiferare sulle loro vite.
Sono cresciuta in una famiglia in cui i temi dell’affettività e della sessualità, quando non erano tabù, erano semplicemente taciuti. Inesistenti. Invisibili. Quando sono arrivata alla pubertà e quando, con essa, ho iniziato a pormi le inevitabili domande sul mio corpo, sulla sessualità, sulla relazione col mio e con l’altro sesso (domande che arrivano, arrivano per tutti), ho avuto la fortuna di avere tre stampelle che mi hanno sostenuta.
La prima, una strepitosa insegnante di italiano alle scuole medie che, in maniera modernissima, ci faceva affrontare i temi legati alle trasformazioni del corpo e delle relazioni a cui sarei andata incontro negli anni successivi, consentendomi di avere una bussola per comprenderle ed elaborarle senza sentirmi necessariamente strana, sbagliata o in colpa (tendenza che avrei avuto).
La seconda, negli anni dell’adolescenza, è stata una trasmissione radiofonica che andava in onda il giovedì sera, in cui un sessuologo rispondeva alle domande che arrivavano in diretta da miei coetanei, un contenitore “sicuro”, accessibile, che parlava un linguaggio adatto a me e scientificamente solido da cui ho imparato molte cose sul rapporto sessuale, sul ciclo e sulla gravidanza.
La terza è stata una cugina più grande di me, l’unica che mi abbia spiegato concretamente come funzionano i preservativi.
Ho sempre pensato di essere stata fortunata perché nel vuoto totale, qualche appiglio l’ho trovato.
Ma se fossi un adolescente oggi, alle prese con il silenzio del mondo adulto, le risposte alle mie domande le cercherei innegabilmente su internet. E le troverei, le troverei tutte. Troverei anche risposte a domande che ancora non mi sono posta né immaginata. Ma il problema sta nella natura di quelle risposte.
La rete è democratica, democratica al punto tale che c’è posto per tutti. Anche per chi diffonde informazioni scorrette, anche per la pornografia che veicola un’idea alterata del sesso e delle relazioni uomo-donna. Anche per i social che sollecitano un confronto continuo con altri idealizzati. Anche per influencer e content creator che producono contenuti - magari anche da mila like - dalla valenza diseducativa.
E in tutto questo mare magnum di mediocrità, io adolescente che non ho strumenti - sono per definizione in formazione - e non ho nessuno a cui chiedere, come mi oriento? Come faccio a capire se un contenuto è valido o no? Se posso fidarmi di quello che la rete mi sta proponendo a botte di algoritmi?
La verità è che non mi oriento in nessun modo. Mi affido al caso. Alla simpatia. A ciò che mi risuona. A ciò che mi consigliano i miei pari. Col rischio di finire in qualche buco nero di disinformazione, di modelli idealizzati o alterati, di distanza dalla realtà, di tossicità.
Io sono stata una ragazzina alla ricerca spasmodica di risposte in un mondo omertoso. Oggi sarei una ragazzina subissata di risposte in un mondo digitale che di risposte ne dà sin troppe, spesso in anticipo sui tempi e senza alcuna garanzia che siano risposte sane.
Ecco perché, nel mondo odierno e nell’ecosistema in cui sono immersi i ragazzi OGGI, è urgente la promozione dell’educazione sessuo-affettiva anche a scuola. Perché i ragazzi hanno bisogno di riferimenti solidi, sicuri e affidabili. Solidi in termini di autorevolezza dei referenti, sicuri in termini emotivi e affidabili in termini scientifici.
Le famiglie, da sole, non possono farcela. E non perché siano tutte come quella in cui sono cresciuta io, ma perché oggi, a portata di smartphone (che mettiamo in mano ai bambini sin dalla più tenera età), i ragazzi vengono travolti da una mole di contenuti, di immagini, di simboli che va ben oltre il controllo genitoriale.
Il consenso è un’illusione, uno strumento da politici novecenteschi che interpretano ancora la relazione genitori-figli in modo rigidamente verticale e non si rendono conto quanto la rete impatti sulla crescita, l’educazione, la formazione dei loro figli. I genitori di oggi sono già esclusi dalla formazione sessuo-affettiva dei figli, sono già stati soppiantati dalla rete, e non hanno ancora realizzato che l’educazione oggi si costruisce dando loro conoscenze che permettano di sviluppare spirito critico e argomentazioni in grado di farli uscire dalla condizione di consumatori passivi di contenuti digitali casuali.
Sonia Campa DIGITALE · EDUCAZIONE
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