Educazione digitale

Lo smartphone non è riposo

Il bisogno di spazio per sé è legittimo e reale. Il problema è che lo stiamo cercando nel posto sbagliato.

Navigando in rete mi sono imbattuta in un post che recitava così:

Sono mamma, è ovvio che vado a letto tardi anche quando sono stanca morta. Quei venti minuti al telefono in silenzio sono l’unico momento della giornata in cui non devo essere niente per nessuno. Non li mollo.

Quel post descrive qualcosa di reale e diffuso tra le madri - e, in generale, tra le persone -: quella sensazione di aver dato tutto durante il giorno e di ritagliarsi uno spazio minuscolo ma prezioso solo per sé, anche a costo di dormire meno.

Quel “niente per nessuno” è indicativo. Non esprime pigrizia, né evasione: è il bisogno di esistere senza essere funzionali a qualcuno. È un bisogno umano fondamentale che la genitorialità intensa può comprimere moltissimo, soprattutto nelle madri, su cui spesso pesa di più il carico mentale e emotivo.

Tuttavia, ci sono due elementi che, sul piano psicologico, vale la pena analizzare.

Il primo è che, pur essendo quel bisogno reale e sacrosanto, lo smartphone non può soddisfarlo. Non perché non offra la sensazione di “staccare”, ma per come funziona il cervello. Quello scroll che sembra portarti altrove ti tiene in realtà dentro un flusso continuo di stimoli visivi, emotivi, cognitivi. Il sistema nervoso non si disattiva davvero, si sposta su un altro tipo di attivazione.

Quello che senti quando posi il telefono non è rilassamento. È un particolare tipo di svuotamento che può sembrare riposo, ma non è la stessa cosa. E sul lungo periodo, non ti sostiene. Anzi, ti lascia più frustrato e stanco di quanto fossi prima.

Non è un caso che l’utilizzo dello smartphone prima di dormire incida negativamente sulla qualità del sonno e sui tempi di addormentamento. E anche la ricerca lo conferma: il tempo passato sui social è associato a maggiore senso di vuoto e solitudine, non a recupero.

L’altro elemento è che quei venti minuti esistono solo di notte, rubando tempo al sonno. Significa, dunque, che durante il giorno non c’è nessun altro momento e questo dice qualcosa non solo sulla persona ma anche su quanto ancora, al giorno d’oggi, il peso della cura gravi enormemente sulle madri, tanto da non riuscire a ritagliarsi uno spazio per sé.

Se queste condizioni arrivano ad occupare in modo così palese lo spazio pubblico (e in modi, direi quasi, inconsapevoli), non è forse giunto il momento, come società civile, di redistribuire attivamente il carico di cura e di realizzare un supporto reale per le famiglie?

Se vuoi approfondire

  • MacDonald & Schermer (2021), “Loneliness unlocked: Associations with smartphone use and personality”, Acta Psychologica, 221

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